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20 Fallrise 1165 – Feiral

Se era mezzogiorno non avrebbero saputo dirlo. Tiin Kul li aveva convinti a seguire la pista rinvenuta il giorno precedente e, benché la via risultasse più lineare e rassicurante, si rendevano conto di inoltrarsi nel fitto cuore della foresta, in un’area lungamente abbandonata da qualsiasi civilizzazione. Myur, ancora carico dei pensieri cullati nella notte, seguiva lo stregone, che per primo batteva la via; silenzioso e cupo conduceva Uragano a piedi, tenendo salde le briglie, per lasciar riposare Palandar in sella allo stallone. «Cercare Ravine non sarebbe stata un’opzione,» gli disse Arsenico «non dovresti crucciarti». 

«Ne sono convinto anche io» sussurrò quello, ricambiando lo sguardo indagatore del mezzelfo.

«Inoltre chi può dire se Gulindan e Palandar non siano improvvisamente impazziti, il ragazzo farneticava e noi l’abbiamo seguito senza domandarci dove ci stesse portando.» Continua a leggere 20 Fallrise 1165 – Feiral

20 Fallrise 1165 – Una notte agitata da pensieri e riflessioni

« … sapete, stanotte non ho dormito molto … continuavano a ronzarmi in testa le parole della preghiera, o forse profezia, trascritta sulla stele … mi irritano molto le vicende non immediatamente chiare e di solito non so darmi pace fintanto che non giungo ad una spiegazione, perlomeno un’ipotesi, logica …

Ho cercato di mettere assieme i frammenti di diverse informazioni che abbiamo raccolto al momento, di abbinarle agli accadimenti di cui siamo stati vittime o protagonisti … e sono giunto ad una conclusione … o perlomeno ho definito un’idea ben precisa di come stiano andando le cose …

Credo tutta la questione abbia radici profonde, legate in parte ad ignoranza e superstizione e in parte ad oscure verità e profonda malvagità … 

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20 Fallrise 1165 – Una macabra scoperta

Gli esili lumi delle squallide abitazioni di Harab si accesero uno dopo l’altro, l’isterica frenesia dello stupore e della paura erano sussurri che gli avventurieri, asserragliati nella casa, potevano respirare. Uomini e donne, pallidi in volto, si riversarono cenciosi in strada, avvicinandosi al luogo dello scontro. Myur pensò che avrebbero avuto ancora il tempo per fuggire o aprirsi un varco con la forza, del resto contava molte donne e anziani nella piccola folla che si era adunata fuori dalla loro porta. Se fosse stato necessario avrebbero abbandonato Palandar al suo destino. Se fosse divenuta l’unica via il ragazzo avrebbe compreso quella decisione, era la legge delle armi.

«Che facciamo?»

«Attendiamo,»  disse Arsenico valutando attentamente i volti bianchi e attoniti dei loro visitatori «non paiono minacciosi». Gli abitanti di Harab li attendevano silenziosi alla porta, nessuno inveiva o li accusava di qualche crimine da scontare. Sembrava una veglia funebre più che un assalto.

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11 Fallrise 1165 – Un ragazzo fortunato

Ormai l’aveva fatto, non sapeva esattamente come e perché, ma l’aveva fatto. Capita. Capita che un giorno metti da parte una di quelle abitudini alle quali pensavi mai avresti rinunciato. Accade in maniera inconsapevole. Non è detto che quel tratto del carattere si smorzi per sempre, magari sta semplicemente sonnecchiando, si è preso una pausa.
Kalle stava seduto sul freddo pavimento della cantina di mastro Yawim a riflettere che mai, prima d’allora, aveva rischiato in prima persona per qualcun altro, non da solo almeno. Quel pensiero lo spaventò. L’altruismo e l’amore sono una trappola, coincide col momento nel quale pensi che il bene di qualcun altro sia importante almeno quanto il tuo. In breve ciò significava avere una probabilità doppia di rischiare le piume, pensava. Scombussolato si levò, si era attardato a sufficienza, cosa sarebbe accaduto se l’avessero colto lì, con le mani nella marmellata.

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19 Fallrise 1165 – La notte più lunga

La mia candela brucia da entrambi i lati;

non durerà tutta la notte;

Ma, ah, i miei nemici, 

e oh,  i miei amici –

dà una luce incantevole.

Edna St. Vincent Millay

Al tramonto fu come un fiume di pece calasse dall’alto per nascondere i profili delle abitazioni, riempiendo di nero le strade e gli spazi tra le case. Nemmeno la Luna scalfiva il guanto di oscurità che stringeva il paese. Ci si potrebbe domandare perché, avendo avuto esperienze traumatiche in passato, una situazione del genere non destasse timore nel cuore di Arsenico. La risposta più sintetica è che non tutti gli orrori sono uguali. Alcuni sono preferibili ad altri. L’aveva compreso nelle notti passate a contare i passi dei ghoul, notti trascorse a chiedersi se sarebbe toccato a lui, o qualche altro prigioniero, saziare la fame dei non morti. A volte l’orrore è il tarlo del dubbio, a volte è preferibile la serenità della certezza di un destino di morte. I dubbi logorano, le certezze danno pace. Ecco perché Arsenico accettò di mettersi in strada, da solo, quella notte. È altresì vero che quando si è soli al buio, in attesa di vedere cosa ti accadrà, la mente ti riporta sempre agli ultimi attimi di pace che ti è parso di aver vissuto…

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18 Fallrise 1165 – Harab

La mente possiede una qualità particolare che le consente di dimenticare. Una specie di prodigio, in quanto permette agli uomini di proseguire il loro percorso di vita, senza che rimangano bloccati nel passato di un evento luttuoso. Quando ciò non avviene, la cancellazione di un brutto ricordo a mezzo della rimozione o, meglio, la sua elaborazione, spesso si finisce per sviluppare delle psicosi. Ecco cosa andava pensando Gulindan al loro ingresso a Harab. Avrebbe desiderato quell’elucubrazione fosse rivolta ad Arsenico, l’unico di loro ad aver conosciuto l’orrore della prigionia e l’esposizione ai morti che tali non sono, ma così non era. Era lui il protagonista di quella penosa riflessione. La sensazione di essere già stato in quei luoghi si faceva strada in un angolo della sua mente, ma con rammarico non riusciva a ricordare. Erano solo le immagini sfocate di un racconto vissuto in terza persona.

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10 Fallrise 1165 – La taverna dei Tre Teschi

La taverna dei Tre Teschi assomigliava parecchio al suo padrone, odorava di legno di ciliegio e normalmente era ordinata e pulita. Ogni inserto, ogni barilotto era posizionato meticolosamente per risultare funzionale alla somministrazione della birra, la cui fama aveva valicato le mura di La Valletta per chilometri e chilometri. Al loro arrivo, però, la casa si presentava ben diversa da come Kalle aveva raccontato: tavoli e sedie erano rovesciati, le porte, persino quelle che davano accesso agli appartamenti privati di Yawim, erano aperte, spalancate. Vestiti e stracci giacevano al suolo. Esclusero quasi subito l’ipotesi che qualcuno si fosse introdotto prima di loro nell’abitazione siccome, ad una prima occhiata, non riscontrarono danni o segni di scasso .

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17 Fallrise 1165 – Il viaggio

«Ecco cosa accade quando si rimane troppo tempo appartati nei boschi, caro Gulindan» fu la stilettata di Tiin Kul, esausto, constatando l’ennesima interruzione imprevista sul loro cammino. La via si era prima ristretta ed infine era stata fagocitata dagli alberi, scomparendo letteralmente nel nulla.

«Le strade sono molto cambiate negli ultimi decenni» provò a giustificarsi l’elfo.

«Su questo non v’è dubbio ed evidentemente i ponti dei nani non sono così duraturi come narrano le leggende» proseguì la sua invettiva lo stregone.

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10 Fallrise 1165 – Il dubbio di Kalle

Kalle era scosso, mai si era sentito così inerme. I Meromanniani non lo preoccupavano, in qualche modo era convinto gli sarebbe riuscito di sfuggire ai nani. Al contrario, non avrebbe potuto pensare a Sturkas senza che un brivido gli corresse lungo la schiena. Semplicemente con lo sguardo, il membro della Fratellanza di Ruggine gli aveva comunicato l’ineluttabilità dell’esistenza, del suo destino, della carne. Era convinto che Sturkas, in un altro tempo, in un altro luogo, ritenendolo colpevole di un atto sacrilego lo avrebbe trafitto a morte proprio lì, sulla strada. Lo avrebbe passato da parte a parte con quell’enorme spada che gli pendeva sul fianco. Era stato fortunato, forse miracolato. 

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15 Fallrise 1165 – La meta

Quando ebbe finito di batterlo contro la parete del capanno, i capelli del contadino erano pregni di sangue come una pezza per lavare i pavimenti. La testa uno di quei frutti rossi setolosi e aspri, che crescono solo oltre la Chiusa di Ferro e dei quali non ricordava il nome. Ma non sembrava abbastanza. Almeno a Palandar. Per il ragazzo non era mai sufficiente. Aveva una vera passione per il dolore, specie quando era lui a infliggerlo. 

«Direi che possa bastare» disse Myur appoggiandogli una mano sulla spalla.

«Sì, anche perché c’è poco altro da spremere.» 

Era vero, la vita avrebbe lasciato da lì a poco il corpo del vecchio incauto. Se fosse stato avvezzo alle sue reazioni come lo erano i suoi compagni, certo avrebbero espresso il rifiuto in maniera differente. Mai gli sarebbe sovvenuto di suggerire che la spada poteva infilarsela lì, proprio su per il culo. Palandar lasciò il bavero del vecchio che scivolò lungo parete, finendo seduto scomposto a terra. Evitò lo sguardo di Myur, ebbe un cenno di intendimento con Tiin Kul, l’algido stregone, quindi finì per incrociare quello di Gulindan. «Bè, cazzo c’è?» non sopportava come l’elfo lo guardava. Se ne stava lì, a petto nudo, come un selvaggio. Quel viso immortale senza età lo scrutava come faceva suo padre, prima che… bè, sì.

«E se avesse saputo qualcosa? Sei riuscito a vanificare la più concreta possibilità di accorciare la nostra ricerca» lo accusò.

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