4 Nightal, 1361 DR – L’unica salvezza

“Umida era l’aria nella cava di re Ventrediferro

coi denti gialli e il viso da verro,

gigante del fuoco, nel cuore le pietre,

confinava gli uomini nelle segrete.

Leggenda narra giunsero i Cercatori,

commando di ladri dai pochi onori,

erano folli dai cuori saldi,

a loro elfi scuri lanciarono dardi.

Volaron macigni e formule arcane,

Whelm con fragore spezzò le trame,

la strega a Dirnal gridò stupita,

quando Imong l’orbo le prese la vita.

Cavalcava sul fronte Klaus braccio forte,

ahimè il gigante lo colpì a morte,

poi Balisarda sulla roccia giaceva,

il cavaliere sembiano più la stringeva.

Come incudini a terra calavan fendenti,

ma per Halfgrimur piè lesto eran lenti,

sgusciava veloce tra molti nemici,

dei drow scuri impediva i malefici.

Con spada e con scudo apriva la via,

Stirge, cuor nero e apatia,

di netto tagliò mano e polpaccio,

caduto il gigante, rimase di ghiaccio.

Ebeadat furioso colpì violento,

in battaglia cantava contento,

di giganti e troll era cacciatore

nulla spezzava il suo cieco furore.

Sconfitti giganti e drow, presero atto,

poche le tracce, della Corona il ratto,

Alarshan delle nuvole l’avea trafugata,

e al Sottosuolo poi consegnata.

Guarito il sembiano e il suo cavallo,

decisero allor di por fine allo stallo,

con ponte di corda van al rio di lava,

inseguono il nemico a passo di giava.

Già sanno, imaginan lame e battaglia,

poiché nulla di buono v’è nella faglia,

sì, l’uomo savio nemmeno il calcagno,

porre vuol nei regni della Regina Ragno.”

dalle Cronache dei Cercatori del Menestrello Licentius di Waterdeep

Il piano del Jarl era riposto in mani capaci: chi meglio di loro sarebbe potuto tornare lì, dove si nascondevano le più losche trame?

Conoscevano la via per i sotterranei, per le spelonche e le caverne oscure. Conoscevano a memoria i tetri scalini della decadenza, poiché da troppi anni li percorrevano. Conoscevano la strada per una discesa che li aveva portati a stringere patti con creature un tempo considerate estranee e nemiche, un declivio che li aveva condotti in un luogo dentro loro stessi più spaventoso di giganti, elfi scuri, ghoul e non morti, più terribile della morte stessa: il loro inconscio.

Quale gruppo di eroi, si domandavano: uno gnomo orbo e solitario, avido predone di tesori; un cavaliere ubriacone, privato del sollievo dell’amore da troppo tempo; un soldato bipolare dominato dai suoi istinti sessuali; un anziano nano prete succube di una relazione masochistica con un artefatto; un elfo mosso solamente dal rancore, che sfogava l’astio per l’immobilismo dei propri fratelli sulle altre stirpi; infine un barbaro che non conosceva famiglia o ideale, più simile ad un animale feroce che ad un essere umano.

Quale bardo avrebbe saputo scrivere canzoni in grado di redimerli, per raccontare le loro gesta ai bambini?

Avevano sì sconfitto re, mummie, infranto sogni di principi e aspiranti dittatori, ma la loro capacità di distruggere era pari all’incapacità di ricostruire, o meglio ricostruirsi e, nonostante nelle veglie notturne, quando il freddo acciaio non pendeva ai fianchi e le armature non appesantivano le spalle, meditassero un ritiro a vita privata, alla fine dovevano accettare la sconfitta e ammettere come solo il campo di battaglia, l’adrenalina della lotta, fosse in grado di placare i loro animi. Quella Compagnia di reduci era la loro vera famiglia.

Ovviamente non avevano questi pensieri mentre percorrevano a ritroso il cammino, sudando e bestemmiando la vita che li aveva portati a frantumarsi le terga sulla dura pietra, a coprirsi di sangue e sudore, ma proprio quella era la magia, il miracolo che cercavano: la continua ricerca di un fine, la fatica e il dolore li privava del pensiero, la visione di ciò che erano divenuti.

«Presto Dirnal,» era la voce di Klaus ad incoraggiare il vecchio nano, che ansimava come un muflone in amore «non manca molto! Lascia che ti sorregga…»

«Non mi toccare!» rispose collerico il nano sbracciando non senza sforzo, l’armatura pesava come mai prima gli era parso.

Davanti a loro sgambettavano Imong, o così supponevano dal momento che come suo solito era celato dal potere dell’anello dell’invisibilità, Ebeadat e Halfgrimur. Lo stile della corsa differente, ma ugualmente efficace: i muscoli del barbaro, avvolti come un guanto dall’armatura di drago verde, si contraevano e allungavano sprigionando nello sforzo una potenza primordiale; l’elfo invece si muoveva veloce, evitando le asperità del terreno, scansando le stalagmiti con balzi leggeri e aggraziati quasi si trovasse in una foresta di roccia. A metà via avanzava Stirge, con l’ampio scudo in mano, ebbro del gusto della caccia; nessuno poteva vedere gli occhi spiritati sotto al pesante elmo, la bava che schiumava sulla barba incolta, le narici allargate che fiutavano lo scontro imminente. Quasi avrebbe cantato il cormyriano, e anzi lo faceva tra sé, un po’ per tenere la marcia, un po’ pregustando ciò che sarebbe presto accaduto.

Seguirono istintivamente, come segugi che fiutano l’odore delle volpi, il condotto che puntava a nord. La caccia è qualcosa che si ha nel sangue, o nasci pacifico contadino destinato alla zappa o sei un avventuriero che vive per stringere l’elsa di una spada e reggere lo scudo. Stirge, loro tutti, appartenevano alla seconda categoria, quelli dei mietitori di vite.

Percorsero il dedalo attendendo da un momento all’altro l’imboscata, ma il nemico si era evidentemente ritirato lasciandosi indietro cibarie ed equipaggiamento.

«Drow, a giudicare dai manufatti, e devono avere veramente fretta» Ebeadat era inginocchiato a leggere le tracce ove la pietra lasciava spazio ai funghi che emanavano la schizofrenica luce verde-blu i cui riflessi ghiacciavano i contorni delle stanze di pietra tipiche del Sottosuolo.

«Ci temono» disse Stirge con soddisfazione.

«O hanno già ciò che vogliono… e un appuntamento col committente… di tutta questa storia» riecheggiò la voce di Imong dal luogo spettrale dove l’anello confinava le sue fattezze.

«In ogni caso non avrebbero troppo vantaggio; questi funghi rigenerano in poco più di un giorno, non sarebbe possibile vedere le loro orme altrimenti» sentenziò il ruathyviano.

«A volte anche poche ore» confermò Stirge che da quando risiedeva a Undermilk era uso alla flora delle profondità.

«Hai idea di quanti possano essere?» chiese Klaus. Era la domanda che Dirnal aveva in mente, ma era impegnato in un angolo a incamerare ossigeno.

«Parecchi, una trentina come minimo.»

«Se è come dice Ebeadat, non so se saremo in grado di affrontare la magia degli elfi scuri nelle nostre attuali condizioni» disse Imong.

«Credo che al momento la priorità sia lasciare le dimore di re Snurre. Non sappiamo cosa sta succedendo nei suoi saloni; se le intenzioni di Grugnur sono scoperte l’intera fortezza inizierà la caccia al topo. Quello che abbiamo affrontato fino ad adesso potrebbe essere solo un assaggio delle forze di Ventrediferro» disse Halfgrimur.

«Mi dispiace dover ammettere che l’elfo ha ragione, questa volta.» disse Klaus «Non abbiamo molte opzioni, se non quella di tenere la coda dei drow.»

«E sia;» concesse Imong «Dirnal, ce la fai?»

«Certo che ce la faccio! Che domande fai dannato fantasma, la stupidità ti è piombata addosso come un macigno? Noi nani siamo stati temprati nelle fucine di Moradin, ti ricordo!»

Imong protetto dell’invisibilità fece un largo sorriso.

«È ora di dimostrarlo allora.»

«Ti sei risvegliato stupido schiaccianoci?»

«Parli molto ultimamente, Venerabile, ma azione ne fai poca.»

Cosa poteva indurre il martello a interrompere il silenzio se non l’imminente incontro coi giganti?

La galleria si apriva in tre vie secondarie, tutte però confluivano nella stessa stanza, il campo di battaglia dove erano attesi.

«Amici miei, qui le nostre strade si dividono per ricongiungersi. Oltre questi condotti, dove ci ritroveremo, ognuno sarà responsabile per sé prima che per gli altri;» disse il nano, «che Clangeddin vi protegga e sorregga la vostra mano!»

«Helm vigila su di noi» disse Klaus, ma era una frase fatta, Tymora sarebbe stata come sempre artefice della fortuna di tutti.

«Adesso andiamo, il peggio che può capitare è di ritrovarci tutti alla tavola di Uthgar!» rise Ebeadat «La vita è sopravvalutata.»

Veramente un gruppo di pazzi tagliagole, pensò Halfgrimur. Lui in ogni caso ne sarebbe uscito vivo da vincitore o da vinto, di ciò era sicuro.

«Alla salute, allora! Brindo a voi, sacchi di letame di catobla!» Zeke diede un’abbondante sorsata di distillato cormyriano dalla fiaschetta che portava sempre appresso.

«La tua pozione di eroismo, figliolo?» chiese Klaus sarcastico.

«Niente che tu non conosca già, vecchia capra» gli rispose il capitano della Lega del Drago Bianco.

Si divisero in tre gruppi, speravano così di rompere la difesa dei giganti o almeno dividersi in egual maniera le loro attenzioni. Nel corridoio est andarono Stirge, Ebeadat e Iskra; in quello centrale Dirnal, Imong e Oceanus; ad ovest Klaus, Halfgrimur e i centauri.

Al di là dei condotti li attendeva una grotta che avrebbe potuto accampare un esercito. Nella spettrale luce verde azzurra stavano i giganti del fuoco, le corazze a piastre di acciaio brunito ornate di volti demoniaci, gli avambracci e le tibie avvolti da letali protezioni uncinate che avrebbero straziato qualsiasi incauto combattente della prima ora; elmi con pennacchi rosso fuoco nascondevano i volti, ma lasciavano scoperte le folte barbe acconciate con pompose trecce alla maniera dei nani; chi brandiva pesanti spadoni, chi martelli da guerra, chi temibili asce. Era solo la prima linea, una linea gotica protetta da una retroguardia di compagni della stessa schiatta pronti a lanciare massi e di elfi della notte con dardi, presumibilmente avvelenati, già caricati nelle balestre.

«È un bel giorno per morire» disse Klaus. Halfgrimur guardò l’helmita come avrebbe fatto con un goblin della notte, notoriamente folli suicidi messi al bando dai loro simili. Qualcosa di particolarmente preoccupante in quella silente formazione di veterani non passò inosservato all’esperto Dirnal «C’è una strega tra loro» disse glaciale.

***

Fu una freccia di Halfgrimur ad attraversare il fronte per prima. Nel silenzio che precede l’uragano la saetta dell’elfo era l’unico movimento percepibile; il segmento di fuoco, lo scout della Corte Elfica aveva acceso la cuspide cosparsa di pece un attimo prima di scoccare, disegnò un arco rischiarando le ombre tra le stalattiti. Il sibilo terminò con uno schiocco attraversando la mano della strega. Urlando di dolore la prediletta di Lolth lasciò il bastone che stringeva in mano. Era un bastone da mago, di cuoio nero intagliato con scene blasfeme e malvagie rune dell’Abisso.

«Un punto per gli elfi che vivono ancora alla luce del sole, sgualdrina!» guardò i centauri che erano con lui e abbassò la maschera del Culto del Drago sul viso.

Le grida di collera della donna furono l’inizio di tutto. Si narra in Superficie che i lamenti delle matrone drow siano insostenibili alle orecchie di qualsiasi uomo, che il blaterare forsennato possa farli impazzire al pari del canto delle arpie e tale litania sia l’inizio del folle esperimento che tramuta gli uomini della razza in mezzi ragni, o drider come sono più comunemente conosciuti. Feniar, rivoltante nell’aspetto e folle nella mente, era un esempio di quel maleficio.

I giganti in retroguardia, infastiditi ed esortati in egual modo, raccolsero i macigni e li scagliarono in direzione dei Cercatori, mentre l’avanguardia ancora immobile attendeva paziente. I massi si spaccarono nell’impatto al suolo facendo volare schegge in ogni direzione. Una di queste, simile alla punta acuminata di una lancia, si conficcò nel cranio di Alfa, il primo dei centauri liberati, senza lasciargli scampo. Klaus ritrasse lo scudo quando la polvere si diradò e vide che anche Halfgrimur era ferito, sangue gli fuoriusciva copioso poco sopra il ginocchio della gamba destra. Dirnal nel mentre avanzava al centro del fronte, coperto da Oceanus. Di Stirge e Ebeadat non sapeva dire. Alzando Balisarda come nella notte della battaglia di Shadowdale si diresse verso l’avanguardia intenzionato a sfondarne la linea e dar man forte al nano. I drow, coperti dai figli di Annam, cercavano di colpire il prete di Moradin, prima tra le minacce; i dardi lo centrarono sullo scudo e l’armatura a piastre senza fermare la carica del mirabarita. Whelm emanava una luce rossa di collera, il furore che precedeva l’onda d’urto che presto avrebbe investito il nemico. Gli elfi scuri sapevano di quel potere, pensò Stirge che manteneva lo scudo con lo stemma del drago bianco alto sulla testa, Alarshan doveva aver elencato agli alleati tutti i loro prodigi.

La lotta con le guardie di Ventrediferro

L’artefatto roteò una sola volta alto sull’elmo alato del Portatore e quindi calò al suolo, «KAVIR OZ KAZNOOOOOOOOK*» fu il grido ad accompagnare il fragore dell’onda di luce azzurra, che si spandeva tra i guerrieri di Snurre. Molti drow, tra i quali la strega, caddero in ginocchio coi timpani sfondati e sanguinanti, disorientati, ma gran parte dei giganti resistette al potere del martello. Fu in quel momento, quando Dirnal stava per essere colpito dal maglio di Korgot, assassino di nani, che Balisarda ferì la mano del gigante, ma il secondo fendente del cavaliere trillò e slittò, facendogli perdere l’equilibrio. Korgot lo travolse con un calcio, crepando lo scudo con l’effige di Helm, la Mano che Veglia, e calò su di lui la mazza. Per l’helmita fu la notte senza sonno né sogni.

Vedendo il bel volto del sembiano coperto di sangue, le braccia disarticolate, Dirnal, pazzo di dolore, roteò nuovamente Whelm, ma il colpo risultò impreciso e inefficace. Korgot stava per approfittarne nuovamente, quando Oceanus lo trapassò con la spada prima che potesse causare altre perdite.

I dardi dei drow che non erano caduti e i giganti in retroguardia continuavano la loro azione di disturbo sul gruppo di Stirge, Ebeadat ed Iskra. «Non so dove sia Imong, ma posso intuirlo. Dobbiamo creargli un diversivo o non raggiungerà mai la strega.» gridò il cormyriano, «Sei con me?»

«Temevo non me lo chiedessi!» rispose il barbaro. Si voltarono verso Iskra a chiederne il supporto; la figlia di Vurbrog levitava una decina di metri sulle loro teste con l’arco in pugno, a fornire copertura.

«Andiamo!» gridò Zeke. I due presero a correre zigzagando tra i dardi e i macigni che piombavano dalle retrovie. Ebeadat, più veloce, rimontò il compagno e sfilandolo scagliò il tridente, al quale era legata una corda, come fosse un giavellotto. Searith si conficcò nelle maglie che proteggevano le gambe di un gigante scagliatore di pietre, penetrandone in profondità la carne. Allora il barbaro fissò la corda ad una stalagmite immobilizzandolo e con un balzo gli fu addosso. Arrampicandosi, asce in pugno, sul corpo del nemico come sul dorso della montagna arrivò fino alla spalle dove, trovato l’equilibrio, gli trafisse la giugulare facendolo cadere a terra in una nube di polvere. «Yahaaaaaaaaaaa!!» gridava Ebeadat impazzito nell’eccitazione della battaglia.

«Cormyyyyyyyr» gli fece eco Zeke che, ora libero da ostacoli, correva verso la strega, cercando un indizio della presenza dello gnomo. Era a pochi metri dalla prescelta di Lolth, quando un elfo armato di spade ricurve gli fu addosso con una piroetta. L’acciaio sopraffino e avvelenato delle lame maledette fece brillare scintille quando incontrò Arabel. Il drow era uno spadaccino sopraffino, veloce come un serpente a sonagli e ancora più mortale, ma non aveva ancora incontrato nessuno come il capitano della Lega del Drago Bianco. Erano a confronto due stili di combattimento diversi come il giorno e la notte: mentre Zachary cercava di atterrare il nemico col piatto dello scudo o affondi potenti e calibrati, l’elfo si rifugiava in una difesa leggera, sicura e impenetrabile.

Il campione dei drow

«Zeke…» Ebeadat sembrava ora essersi accorto del dragone purpureo bloccato dalla sfida con il campione drow e intendeva dargli man forte.

«Ebeadat, pensa alla strega!» gli disse quello.

Libero dal vincolo della fratellanza in battaglia, il barbaro riprese a marciare verso la fattucchiera che stava raccogliendo il bastone. Le scagliò addosso un’ascia, ma l’arma cozzò contro un muro invisibile senza scalfirlo e rimbalzò al suolo. Alzò il tridente, ma non riuscì a chiudere la distanza, altri guerrieri drow si frapposero tra il suo obiettivo e lui, circondandolo in una danza di morte. Le lame degli elfi scuri saettavano, ferendolo, per poi ritirarsi. Volevano fiaccarlo lentamente, strappandogli dal corpo ogni stilla di sangue. La strega, ora col il bastone in mano, salmodiava un maleficio sui Cercatori. In quel momento Imong uscì dall’invisibilità con la daga in pugno. La prediletta di Lolth riconobbe l’orbo, colui che era uscito con le sue gambe e un rubino del valore di 150.000 monete d’oro dalla tomba di Acererak, che aveva profanato il tempio di Hsssthak nel deserto di Anauroch, steso Lord Cassimar sul Vecchio Teschio, e sotto le mentite spoglie di Lord Ruenor assassinato Capo Nosnra. Imong Ituttof, uno dei Lord Celati di Waterdeep, non le lasciò scampo. La passò da parte a parte tranciando ossa e tendini, perforando organi; fu la morte rapida che lo gnomo elargiva quasi come atto di pietà e rispetto per il nemico. La strega si accasciò inerme e la battaglia sembrò improvvisamente prendere nuove sorti.

Stirge fintò a destra protetto dallo scudo, quindi colpì all’altezza delle gambe con Arabel, ma il drow schivò la lama con un’altra piroetta all’indietro, quindi con lo stesso movimento, usando la parete come trampolino, si tuffò in avanti per decapitare l’umano. Era ciò che attendeva il cormyriano. Buttandosi a terra, mantenendo alta la lama, tagliò la pancia all’elfo scuro che, ancora vivo, sbandò a terra contorcendosi nello sforzo di tenere le budella. Stirge osservava la sua preda vinta dall’agonia: «Adesso puoi godere a infliggere a te stesso lo stesso dolore che ami distillare alle tue vittime,» gli disse «da me non avrai nessun colpo di grazia». L’elfo a quelle parole si bloccò, lo fissava con odio, gli occhi gialli, vomitando sangue. Liberò uno stiletto da un fodero sulla coscia e senza dire nulla se lo piantò in gola.

***

Sul campo di battaglia non rimaneva più nessun nemico, tra i Carcatori solo Zachary Bumblerose, Oceanus e Iskra era incolumi, gli altri respiravano affannosamente coperti di sangue, il loro e l’altrui. Anche Klaus era nuovamente tra loro, risvegliato dalla magia curativa di Clangeddin che può riportare i morti alla vita, se sono caduti da poco tempo.

«Il nostro compito non è finito,» disse Klaus stoicamente «è inutile che mi guardiate con quelle facce.»

«Non muori proprio mai, vecchia capra» disse Stirge.

«Ho ancora qualcosa da insegnarti, come vedi.»

«Riposati un attimo, Klaus… ne abbiamo tutti bisogno» disse Imong.

Erano spossati, ma una risata improvvisa e inattesa li destò. Era Halfgrimur a ridere sguaiatamente, come mai l’avevano sentito. Il carattere altero, che si era ulteriormente incupito negli anni, non aveva mai regalato un momento come quello.

«Che hai? Sei per caso impazzito?»

«No, nano, ma pensavo all’ultima sgualdrina drow: ho cercato di strozzarla con l’arco stesso… volevo annodarglielo alla gola, un odio così irrazionale può essere liberatorio… mi sento proprio bene…»

Si trascinarono lungo un altro canalone che proseguiva verso nord, terminando in una cava umida per gli effluvi di un fiume di lava. Due spesse funi, una fissata poco più alta dell’altra, fungevano da ponte di corda da una sponda all’altra.

«Qui ci salutiamo Oceanus» disse Imong.

«Qui ci salutiamo. Grazie per quello che avete fatto per me, lo ricorderò sempre» rispose il titano.

«Anche noi» fu il cordiale commento del sembiano.

«Che gli dei vi proteggano nella vostra corsa contro il tempo.»

Uno dopo l’altro arrivarono sulla sponda opposta, dove si poteva vedere una rampa di ripidi scalini scavati nella roccia viva proseguire nell’oscurità. Sapevano dove quel viaggio li avrebbe portati, per alcuni sarebbe stata l’inizio della discesa verso gli inferi, per loro l’ennesima possibilità di salvezza da loro stessi.

*morte al nemico in nanico

(Sessione V, 18 Gennaio 2020)

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