12 Kythorn, 1360 DR – Una faccenda tutt’altro che conclusa

A Sembia correva voce che anche un brigante in fuga potesse trovare sollievo immerso in un paesaggio come quello, figurarsi quali sentimenti risvegliasse in un viandante al quale riportava alla mente il periodo della vita nella quale l’adolescenza, con la sua spensieratezza, lascia spazio ai primi ingenerosi fardelli della maturità. La figura incappucciata si inginocchiò e immerse la mano nelle limpide acque dello Scorrivino (Wineflow), quindi si inumidì il volto e riempì l’otre, non dopo aver mancato di dissetarsi.

“Bevete anche voi, fratelli,” disse alla sua guardia.

“Volentieri, maestro.”

I due adepti scesero da cavallo, ringraziando mentalmente di quel momento di riposo.

“Un luogo incantevole,” commentò uno dei giovani.

“Già, ogni cosa è esattamente come la ricordavo.”

“È qui che cominciò tutto, non è vero?”

“Oh sì, Rael, e sembra una vita fa.”

Quella che pareva una vita in realtà era una manciata di anni, che si possono contare sulle dita d’una mano di un uomo.

Osservando il giardino di Cormanthor, all’alba.

Quando dal limitare della collina videro le mura del paese, perfettamente incorniciato dalla foresta, realizzarono come, in primavera, la Strada Est, abbandonato Passo Tuono, brulicasse di viandanti intenzionati a soggiornare nel giardino della foresta. Elfi e nani, ma soprattutto mezzelfi e halfling, al pari degli uomini per numero, animavano la vita locale oltre le mura che la proteggevano.

“Le hanno completate infine,” disse, parlando a se stesso.

“Come ha detto, maestro?”

“Hanno completato le mura di cinta,” ripeté ad alta voce.“Allora, quando incontrai la mia Compagnia, una parte del paese era ancora difesa da palizzate in legno.”

“Si vede che alcuni punti sono piuttosto recenti, in effetti.”

“Già, certe difese sono necessarie ove si custodiscono importanti segreti.”

Rael e Virto si guardarono, nessuno dei due era sicuro del significato di quelle parole, ma avevano la sensazione che avessero a che fare con la loro visita. Preferirono tuttavia evitare ulteriori domande, sapevano che il maestro avrebbe chiarito i loro affari appena fosse stato necessario.

 

Erano entrati dal cancello ovest, dove la strada corre verso Ordulin, in Sembia. I pellegrini volsero lo sguardo a nord, verso il colle del paese, lì spiccavano nell’ordine il tempio della conoscenza, dedicato a Oghma, e la Torre della Luna Crescente, un edificio di pietra nera, il più antico edificio tra tutte quelle costruzioni.

“Maestro, Lord Ulath sa del vostro arrivo?”

“No, e non credo ci interessi farglielo sapere.”

“Ma… pensavo fossimo qui in vesti ufficiali.”

“In realtà siamo qui per parlare con una mia vecchia conoscenza.”

“Ah, un amico.”

“Un amico, sì, diciamo così.”

 

Quando videro le insegne della taverna Quercia e Lancia, il maestro fece segno di lasciare la Strada Est e seguire il cammino per il Cancello Nord. Poche centinaia di metri e avrebbe messo nuovamente piede lì, dove il suo destino era cambiato: alla locanda La Luna Crescente. Ora potevano vedere chiaramente le insegne. Frenarono i cavalli e li legarono poco fuori dall’edificio.

“Ci siamo, questa è la nostra prima tappa. Mi raccomando, nascondete qualsiasi simbolo che possa rendere ovvia la nostra provenienza.”

Entrarono e si avvicinarono al bancone, dove un uomo barbuto, con bicipiti imponenti, che lasciavano presupporre un passato da avventuriero, era indaffarato a riempire boccali e servirli alla cameriera, una donna sui quarant’anni, di piacevole aspetto.

“Benvenuti alla Luna Crescente, viaggiatori. Io sono Gorstag, il proprietario della locanda,” li apostrofò con un sorriso. “Come posso servirvi?”

“Buongiorno Gorstag, avremmo giusto bisogno di una camera per la notte e di rifocillarci, nell’immediato.”

“Siete capitati nel posto giusto! Potete accomodarvi a quel tavolo, in fondo alla sala, oltre quella comitiva. Un bel tavolo privato per giunta, signore, poiché avete l’aria di chi ha affari importanti da sbrigare!”

“Nulla di più importante di una transazione economica. Dobbiamo acquistare delle buone sementi per l’autunno prossimo e poi ce ne torneremo ai nostri campi.”

“Diamine, signore, dovete possedere un ottimo e redditizio appezzamento, per vestire abiti del genere. Immagino qualcun altro coltivi la terra al vostro posto.”

“Non vi sfugge nulla, Gorstag. In effetti è un bel pezzo di terra, per questo mi porto appresso qualcuno che sappia darmi consiglio sulle migliori merci.”

“Mmm, qualcosa invece potrebbe sfuggirmi,” disse l’oste grattandosi la barba, dubbioso, “una volta non dimenticavo un volto e un nome, ma accidenti a me l’età gioca brutti scherzi. È la prima volta che passate da queste parti?”

“No, ma forse non ci siamo mai parlati. Alcuni sostengono che abbia un viso piuttosto comune, non vi crucciate.”

“Chissà, effettivamente vedo molte persone girare in locanda, signor…?”

“Gregphrey.”

“Oh, bene, un vero nome sembiano, che faticherò a dimenticare. Ma vi sto distraendo con inutili chiacchiere, mentre le vostre pance reclamano giustizia. Accomodatevi e uno dei miei ragazzi sarà presto da voi, per servirvi, signor Gregphrey.”

 

Pranzarono con pane fresco, selvaggina, verdure grigliate e vino rosso, corposo e leggermente fruttato, in abbondanza. Rael e Virto non erano per niente abituati ad alcolici e presto si trovarono a rumoreggiare su quanto fosse bella la vita di paese, loro che erano usi ad una ristretta comunità rurale.

Il loro maestro si guardava intorno, come se da un momento all’altro si aspettasse che un qualche volto conosciuto aprisse la porta della Quercia e Lancia, salutandolo. Ma non fu così. Dovette accontentarsi del giovanile entusiasmo dei suoi due allievi. Non che fosse molto più anziano, ma le esperienze e  le dure leggi dell’animo umano tendono ad invecchiare precocemente chi, come lui, aveva vissuto tradimenti e raggiri dalle persone nelle quali aveva riposto cieca fiducia. Quella prassi si sarebbe ripetuta? Avrebbe allo stesso modo ingannato quei ragazzi, che con cuore puro lo seguivano? Un’ombra aleggiava nella sua mente. Da quando si era ritirato sulle colline Dun aveva carteggiato coi potenti di importanti città e nazioni, instaurando rapporti cordiali, a tratti amichevoli, ma i suoi amici, coloro coi quali aveva condiviso l’amaro boccone della guerra, proprio di quelli non sapeva più nulla. “Sono le vie di Tyr,” era solito dire maestro Deren. Ed era sincero in quell’atto di fede, che aveva scandito la sua vita, in bilico tra cieca obbedienza all’autorità e l’ultima redenzione, tramite il sacrificio sulla cima del Salone del Mattino, il tempio di Lathander a Shadowdale.

“Maestro,” lo chiamò Virto, “maestro, l’oste le fa un cenno.” In effetti Gorstag si stava avvicinando al loro tavolo.

“Signor Gregphrey, le ho fatto preparare due belle camere: una per lei e una per i suoi due esperti accompagnatori.” Gli parve che il locandiere avesse calcato leggermente la parola “esperti”, ma forse era semplicemente l’accento di Highmoon, dove la cadenza era fortemente influenzata dall’Espruar, l’antica lingua dei Tel’Quessir.

“La ringrazio, ci sistemeremo e poi inizieremo il nostro piccolo tour dai commercianti locali. Ah, abbiamo mangiato divinamente.”

“Eh, sì, certi sapori rimangono nel cuore.”

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