2 Eleint, 1359 DR – Mifano (Love is a losing game)

L’arco di suo padre era puntato verso una piccola imbarcazione a remi che silenziosamente si stava allontanando dalla nave. La notte del primo giorno di Eleint stava per emettere una sentenza: si era fatto un nuovo nemico.

Erano passati quasi cinque mesi dall’esecuzione di Feena. Il dolore accumulato era diventato un nuovo compagno di viaggio, l’unico rimasto sul quale fare affidamento. E come tale, Halfgrimur parlava a lui ad alta voce, non curandosi della reazione degli astanti.

Il suo sguardo era cambiato. Non era più attento a tutto ciò che lo circondava. Soltanto il suo innato senso del pericolo l’aveva salvato – anche questa volta.

Era salpato su un veliero mercantile prossimo ad approdare a Procampur, la prima tappa di un lungo percorso verso il Thay, la terra dei Maghi Rossi.

Qualcuno lo stava seguendo.

A Saerloon la sua permanenza non doveva essere passata inosservata. D’altronde la lingua lunga dei mezz’uomini era proverbiale…

Quel qualcuno era un assassino inviato dal precedente proprietario della sacca magica. Le lettere “DTHR” ricamate sul manufatto non erano casuali: era un ufficiale del Cormyr, un certo Dutharr. Ora ricordava che Zeke lo aveva nominato qualche volta nei suoi sproloqui da ubriaco.

Un dardo avvelenato lo aveva colpito mentre era impegnato nelle sue meditazioni notturne. Non lo aveva ucciso ma ci era andato vicino. Era veleno di viverna, con il quale fortunatamente aveva avuto già a che fare in passato. L’esperienza è un salva vita.

Barcollando come un ubriaco era riuscito a trascinarsi fuori dal suo alloggio e a coprirsi il volto con la maschera. Una volta uscito sul ponte di poppa, era stato investito dalla frescura della brezza marina che lo aveva svegliato immediatamente. Ne era seguito un combattimento senza esclusioni di colpi che lo aveva visto prevalere sul suo assalitore. Il killer, tuttavia, aveva già preparato un piano di fuga nel caso le cose non fossero andate come il suo mandante aveva desiderato. Si era tuffato nel Mare delle Stelle Cadute e aveva raggiunto a nuoto una barchetta a remi.

Seppur rallentato dall’effetto del veleno, Halfgrimur recuperò l’arco.

Il punto che doveva colpire stava diventando, man mano, sempre più piccolo. Accettò di non essere in grado di mirare usando la vista, quindi chiuse gli occhi.

Abbassò il ritmo del suo cuore e iniziò a respirare profondamente.

Raccolse tutte le forze che aveva a disposizione.

Il cielo stellato, la notte, il mare, il vento gli erano testimoni.

Si sentiva tutt’uno con il proprio dolore.

A mente fredda pensò che fosse stata Feena a guidarlo.

Non poteva fallire perché, nel preciso istante nel quale scagliò la freccia, aveva sentito l’alito dell’uomo talmente vicino al suo da poterne percepire il calore, e soprattutto la paura della morte.

Un sibilo profanò quel silenzio che sembrava eterno.

Quando Halfgrimur riaprì gli occhi, non vide più nessuno a bordo dell’imbarcazione.

Un cadavere stava affondando nel Mare delle Stelle Cadute con una freccia piantata in testa.

Il mattino del secondo giorno di Eleint, la nave attraccò a Procampur.

 

xooxoox

 

Nei tre giorni successivi la morte di Feena e del bambino che portava in grembo il dolore era stato insopportabile. Fratello Orrore e Sorella Pazzia avevano preso a dimorare nell’animo dell’elfo che, durante la veglia, riusciva a portare le proprie emozioni allo zenit. Si sentiva in colpa soprattutto per averla abbandonata. Lo aveva fatto per il loro bene, si ripeteva.

Era la riprova che il tempo era un bene inestimabile per gli umani, ma non per gli elfi.

Aveva chiesto l’autorizzazione alla sepoltura al nessarch di Yhaunn, Andilal il Robusto, in un luogo a lei famigliare. Nessuno si era opposto poiché nessuno desiderava avere a che fare con una strega da viva, né tanto meno da morta. Halfgrimur non aveva più toccato cibo dal giorno in cui aveva rimesso piede in quella maledetta città. Aveva avvolto le irriconoscibili spoglie della giovane amata in un drappo nero e l’aveva seppellita all’interno della grotta, al riparo dalla alta marea. Il simbolo di Selune era stato ricamato dove emergeva la forma del viso. Ora la sua anima apparteneva alla Grande Madre d’Argento, la prima responsabile della tragedia.

La mente di Halfgrimur era un calderone di pensieri immondi: aveva deciso di uccidere la prima persona che avesse incontrato durante il plenilunio successivo. Costui avrebbe pagato, con il sangue, il crimine che era stato commesso: “Dal momento che tutti in questa lurida tana di vipere,” aveva pensato, “erano colpevoli”.

Nonostante i suoi propositi omicidi, era riuscito a controllare il proprio desiderio di vendetta, spegnendone le braci sul nascere prima che potesse divampare un incendio incontrollabile.

Aveva ripreso così l’attività di dettatura ad Olivhor, che noncurante dei recenti funesti eventi e immutabile al passare delle stagioni, era impaziente di finire il suo capolavoro. Il ritorno all’abitudine era stata per l’elfo un’ancora di salvezza in quei giorni bui.

L’ultima versione di Feena che aveva conosciuto viveva in uno stato di permanente libertà, sfamandosi quando la sua pancia, ingrossata dalla presenza di un ospite, lo richiedeva. Nei primi mesi aveva rubato il cibo dal tempio, poi si era cibata di polli e galline, infine, quando la fame era naturalmente cresciuta, era passata all’ultimo stadio della catena alimentare: gli umani.

Erano state organizzate ronde nei villaggi dei minatori più vicini alla Grande Voragine – la cava. Le voci giravano e la paura della “strega-lupo” aveva iniziato a diffondersi anche nei villaggi ubicati verso la collina. Soltanto in cima ad essa, dove vivevano i nobili e i mercanti, la vita era continuata a scorrere tranquilla come sempre.

L’Alta Pretessa di Selune aveva inviato Velsinore, che nel frattempo si era del tutto ristabilita, per convincerla a rientrare nel tempio. Gli occhi di Velsinore avevano brillato, quando le era stato detto che lei in persona l’avrebbe assistita e aiutata a partorire. Quelli di Feena invece erano stati pieni di paura e vergogna. Le aveva urlato di non tornare mai più. Velsinore, il cui amore era stato rifiutato per l’ennesima volta, l’aveva guardata con odio: “Te ne pentirai, stella”, le aveva sussurrato malignamente. E se n’era andata.

Feena si era ritratta in un angolo della caverna, piangendo. Era quasi al sesto mese.

L’abisso si era spalancato sotto i piedi di Feena quando un giovanotto di alto lignaggio aveva tentato di violentare una serva della quale si era invaghito durante le celebrazioni del Solstizio di Primavera proprio nel fienile di casa sua, presso il villaggio dei minatori. Il licantropo era nei paraggi in cerca di cibo. Le umili origini della ragazza non avevano scoraggiato gli intenti del nobilotto che, sebbene eccitato per l’impresa che stava per compiere, non aveva smarrito il senno giungendo al villaggio scortato da due guardie armate.

Le pupille di Feena si erano posate su quel bocconcino non appena lo aveva visto.

Dopo essersi sbarazzata facilmente delle guardie, era entrata nel fienile.

Incaprettata e imbavagliata, la ragazza giaceva nuda sul fieno mentre il giovanotto era pronto a dare sfoggio delle sue abilità amatorie. Feena pazza di rabbia e memore dei soprusi che aveva subito durante il suo addestramento, si era avventata sul rampollo, strappandogli via la spalla sinistra. Poi, trascinandolo per una gamba, lo aveva portato alla sua caverna dove aveva consumato con calma la cena.

Sfortunatamente per lei una delle due guardie non era morta e grazie a potenti incantesimi curativi era tornata in forze. Il prezzo pagato era stato comunque salato: aveva perduto entrambe le gambe e l’occhio destro. Come è ovvio, era stata tenuta in vita soltanto per poter fare luce sulla sparizione del giovane rampollo di una delle famiglie più influenti di Yhaunn.

In pochi giorni era stata organizzata una vera e propria caccia al mostro.

Feena venne catturata, in forma umana, il 1 Tarsakh.

A partecipare al gran consiglio della città, presieduto dal nessarch, oltre alle più alte cariche ecclesiastiche locali, fu chiamato anche il monaco Artaud, considerato alla stregua di un santo, devotissimo a Ilmater, la dea della sofferenza e del sacrificio verso il prossimo.

Per quanto non vi fossero dubbi sulle sorti di Feena, rimaneva da dirimere la spinosa questione del nascituro che portava in grembo.

Nemmeno la straordinaria ars retorica del monaco, il quale aveva fatto di tutto per scaldare i cuori del consiglio cittadino, era riuscita a intercedere per la salvezza del piccolo in quanto nessuno voleva rischiare che nascesse un altro mostro. Venne quindi deliberato di mettere al rogo la donna lupo, e il suo infante, per l’atroce crimine commesso e per evitare di minare la sicurezza della comunità. E quindi dei commerci.

L’autodafè fu predisposto il 17 Tarsakh.

Due giorni prima della sua condanna a morte, tuttavia, Feena fu fatta partorire in gran segreto.

Solamente due personalità erano state testimoni dell’evento: il santo di Ilmater e Dhauna Myritar, la Madre Superiora della chiesa di Selune. Entrambi erano rimasti senza parole quando la nutrice aveva afferrato dal grembo di Feena, due gemelli, un maschio e una femmina!

Non essendo certi della paternità fu stabilito dai presenti di inviare i bambini il più lontano possibile da Yhaunn. La femmina fu spedita presso Casa della Luna, ubicata a Waterdeep, mentre per il maschio fu scelta una meta decisamente meno amena.

Nel Thay il bisogno di forze fresche era sempre stato elevato, soprattutto per assistere al gran numero di mutilati, tutti schiavi o ex-schiavi, usati come cavie per i folli esperimenti dei Maghi Rossi. Il monaco aveva preso così a cuore la salute del bimbo che aveva deciso di scortarlo, personalmente, in quelle aspre lande.

Il destino sa essere crudele quando ci si mette di impegno: i due neonati furono fatti partire nel giorno della esecuzione della madre. Nessuno avrebbe dovuto sapere la verità.

Ma il 24 di Eleasis una delle tante verità di questa storia era venuta a galla.

In quel giorno Halfgrimur e Olivhor avevano consegnato il manoscritto a madama Thiolstar. Fiero del risultato ottenuto, Halfgrimur, dopo aver congedato Olivhor con una semplice stretta di mano (non l’avrebbe mai più rivisto), aveva chiesto un colloquio privato con l’alta Pretessa.

Rimanere concentrato sulle imprese dei Custodi lo aveva riportato a pensare ai bei tempi andati.

In realtà erano trascorsi soltanto quattro miseri anni ma le cicatrici dell’anima erano numerose e profonde. Aveva deciso quindi, come segno di riconoscenza e devozione, di donare metà del suo patrimonio personale alla chiesa di Tymora.

Ho deciso. Partirò domani all’alba. Lascerò le Valli. Il dolore ha bisogno di tempo per depositarsi in fondo al cuore. E io non sono ancora pronto per ritornare da dove sono venuto. Mi imbarcherò a Scardale verso una terra inospitale di cui ho sentito molto parlare: il Thay. Là non ho dubbi che Tymora saprà guidarmi alla ricerca di una vecchia amica…”

Non aveva osato rivelare il vero motivo della ricerca: Paula, che era stata una preziosa risorsa della Compagnia dei Custodi, lo avrebbe (forse) aiutato a compiere un’impresa folle. No, non si era rassegnato alla perdita di Feena. E se ci fosse stato un modo per riportarla in vita, l’avrebbe trovato. Non era importante il prezzo da pagare. In fondo, era abituato ad avere a che fare con i cadaveri. Vivi o morti.

E così sia, Halfgrimur della Corte Elfica,” era stato il commento asciutto dell’Alta Pretessa, “ma è bene che tu sappia una cosa: se questo può aiutare a dipanare i tuoi dubbi e a dare un poco di serenità alle tue notti, ti consiglio, prima di partire, di cercare Mifano, un nome che non dovrebbe suonarti nuovo, suppongo.”

Lo sguardo di Halfgrimur si era indurito al sentirlo pronunciare.

Per quale ragione?” aveva risposto, trattenendo a stento la rabbia che già iniziava a circolare come veleno nel suo corpo.

La Dea ha comunicato con me attraverso il sogno. Ci trovavamo entrambi nelle lande ghiacciate del Nord. Una sala fredda e spoglia, enorme. Un tavolo di ghiaccio al centro. Noi avevamo le stesse dimensioni dei proprietari di quei luoghi. Giganti. Su di esso, al centro, un mazzo di carte. Nessuno dei due parlava. Tu hai sollevato la prima carta ed è apparsa la figura dell’adone e il suo nome, Halfgrimur.”

Il territorio di caccia di Mifano non si limitava al tempio dove era stato addestrato. Halfgrimur lo aveva trovato intento ad attaccare bottone con la cameriera della locanda “Ai Bevitori di Fuoco”.

Mifano

Dolce Gwyneth, se mi guardi in quel modo mi imbarazzi sul serio…”

La giovane aveva le guance in fiamme. Un ragazzo dai lunghi capelli color argento e dal corpo scolpito aveva appena finito di bere un boccale di birra.

Anche io ti stavo osservando, ragazzo. Mi dai udienza?”

Mifano aveva sorriso prima di voltarsi verso Halfgrimur.

In che cosa posso esserti utile, elfo?”. Il sorriso non era scomparso ma il tono della sua voce era grave.

Potrei attendere per moltissimi anni la tua risposta, Mifano. Ma tu saresti già cenere. Quindi non perdiamo tempo. Seguimi qui fuori. Hai bevuto già cinque birre e non vorrai mica dare spettacolo proprio adesso che stai per andare in…”

Mifano aveva interrotto con una sonora risata le parole di Halfgrimur.

Come elfo sei simpatico. Meno come amante.”

Halfgrimur non aveva reagito alla provocazione. Entrambi erano usciti.

Mifano si era messo di schiena. Si era abbassato le brache per pisciare.

Feena non era stupida. Qualcuno ha fatto la spia e ha condotto quelli al suo nascondiglio. Io soltanto ne conoscevo l’esatta ubicazione. Tu sai qualcosa in merito?”

Sei tu lo stupido, Halfgrimur. Feena era fuori controllo. Lei stessa desiderava porre fine alle sue sofferenze. Almeno è quello che mi ha confidato. Ah, è vero. Tu non c’eri ad ascoltarla… o mi sbaglio?”

Una volta che aveva espletato le proprie necessità, Mifano si era accorto, voltandosi, che l’elfo era sparito.

Era rimasto perplesso per qualche secondo poi scuotendo il capo era rientrato nella locanda.

Qualche ora dopo, quando il sole stava tramontando, sulla via del ritorno verso il tempio di Selune un’ombra lo aveva aggredito.

Si era risvegliata con la testa dolorante. Si trovava in una grotta. Un luogo noto.

Era seduta, appoggiata alla roccia, con le mani legate dietro la schiena. A pochi metri era stato acceso un fuoco da campo. In piedi, accanto a lei, stava Halfgrimur con una torcia in mano.

Come devo chiamarti ora, Velsinore o Mifano? Sono tutto orecchi.”

La donna istintivamente si era ritratta, sbattendo la testa contro il muro.

Hai superato il limite. Sai, anche mio padre secoli fa ha avuto a che fare con gli umani. E uno di voi puntualmente superò il limite. Quel limite era il nostro territorio, Cormanthor. In realtà, per cambiare le cose bisogna superare i limiti che sono stati imposti da altri. Su questo mi trovi perfettamente d’accordo.”

Aveva sorriso, ma la voce di Halfgrimur era qualcosa di glaciale.

Quindi farò come te. Anche io voglio cambiare le cose. E ti farò provare quello che ha provato Feena. Vedrai che dopo dovrai assumere per sempre le sembianze di Mifano, perché nessuno oserà più guardarti in faccia.”

Con uno scatto fulmineo l’elfo aveva affondato la torcia tra capelli della sventurata che aveva preso a gridare come fosse stata preda del demonio. Aveva tentato di alzarsi ma era ricaduta. Si era rotolata sulla roccia. Halfgrimur non era più di questo mondo. L’aveva seguita, un passo dopo l’altro. Le urla erano strazianti ma l’elfo non era sembrato udirle.

Quando il fuoco aveva preso a bruciarle la carne del volto, Halfgrimur era tornato in sé e le aveva piantato una lama nel ventre. Le convulsioni erano terminate.

Era uscito dalla caverna. Aveva pianto tutto l’orrore che aveva addosso e aveva pensato che l’amore fosse un gioco perdente.

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