10 Eleasias, 1359 DR – La fortezza di Undermilk

L’unica vera battaglia è quella che combattiamo contro noi stessi.

 

Solo, nel tempio che fu del Signore dei Ghoul e ricostruito sotto l’emblema del drago bianco, contemplavo la lunga e oscura sala del trono. La mia sala. Di fronte a me, nella parete opposta, semi avvolto nell’oscurità, stava un secondo trono, che avevo commissionato io stesso. Nessuno vi si sarebbe dovuto sedere. Sopra di esso, su un grande scudo, campeggiava l’incisione di un drago nero..

Laggiù, in quel dedalo di tetre e ostili caverne, giungeva alle mie orecchie l’eco dei miei uomini. Udivo i loro passi marziali che, serrati in corazze brunite, non splendevano più dei raggi del sole e si animavano invece della luce spettrale dei rampicanti di gelo che si avvinghiavano alle loro ossa; udivo le voci gorgoglianti kuo-toa, quelle stridule e nasali degli gnomi o quelle roche e profonde dei nani. Alle volte mi pareva di udire ancora il sibilo fetido del drider, scomparso in tempo utile in uno dei tanti meandri di quel mondo sprofondato. Laggiù eravamo il baluardo di luce che squarcia l’oscurità, ma lassù solo l’ombra inestinguibile, il cattivo pensiero che non si poteva fare a meno di evocare.

Zachary Bumblerose nella sala del trono che fu del Signore dei Ghoul

Alle volte mi muovevo inquieto sul mio trono, interrompendo il silenzio di quella sala spoglia, altre volte era invece un leggero frusciare che veniva dal lato opposto della sala a giungere alle mie orecchie e a paralizzare il mio corpo.

Qualcosa prendeva forma su quel trono.

Vietai a chiunque di disturbarmi quando ero nella sala. Mi chiedevo chi avesse vinto la battaglia contro Doresain, perché sembra che alla fine le tenebre avessero ottenuto comunque il loro signore. Ero io e, forse, i miei pensieri non erano più oscuri di quelli del Signore dei Ghoul stesso.

“Non sei tu ad essere stato eletto Sire del buio, figlio di Arabel.”

La voce roca e profonda mi giunse dal trono scuro. Una possente figura, i cui contorni ancora non riuscivo a distinguere, vi sedeva sicura. Da tempo ne avvertivo la presenza, da tempo anelavo questo confronto, quando sprofondai nel mondo dei morti, gli tesi la mano e per quanto mostruoso lo portai con me. Per ucciderlo o essere ucciso.

“E mi hai fatto un gran favore, Capitano di Compagnia Autonoma del Drago Bianco!

So della tua vita tutto ciò che sai tu. Quando io emergerò da questi abissi, la tua anima verrà avvolta dall’oscurità, che sarà forse più di ciò che la tua vita dissoluta ha saputo darle.”

“Ti riempi la bocca solo di parole altisonanti o anche di altro? Guarda, di fianco a quel braciere c’è un piatto della mia famigerata salsiccia briaca e del buon rosso.”

“Non rinunci ad essere un cialtrone nemmeno di fronte alla morte! Non ti basta aver occupato il trono per meriti altrui? Il brindisi prima del duello ha una drammaticità che tu non meriti e una mediocrità a cui io non mi mischierò.”

“Per la salsiccia non fa niente, un piccolo vanto personale a cui non ho saputo resistere, ma il rosso devi provarlo, è assolutamente eccezionale. Pensa, lo fanno gli orchi.”

“Gli orchi non vendemmiano.”

“Non come gli uomini, loro non spremono il succo della vite, ma quello della vita e non lo spremono nelle tinozze di legno, ma sui campi di battaglia, assieme alle ossa. Ne versano parecchio, però. Questa l’ho imbottigliata io, per un’occasione speciale. L’unica bottiglia de L’araldo di Hokka.”

La figura si alzò lentamente e, con fare infastidito e rassegnato, cominciò ad avanzare. Capii che indossava una pesante armatura, intravidi la punta di una spada e la sagoma di uno scudo.

“La considererò un regalo. Vengo a fare ciò per cui mi hai chiamato, dunque: imbottigliare un Bumblerose, che penso di consumare in compagnia della signora di Shadowdale, per un’altra occasione speciale.”

Quindi mi alzai io. Non avvertivo più il peso dell’acciaio della mia corazza da molte battaglie e i miei piedi scesero sicuri i gradini del trono. Il mio mantello nero emetteva piccoli rumori secchi quando le ossa intrecciate alla sua trama si urtavano tra loro. Suzail uscì dal suo fodero ed elegantemente rivolse la sua silenziosa minaccia di morte al mio nemico, a…

“Stirge!” realizzai.

Stirge

“Già, bisogna stare attenti alle maschere che indossiamo. Alla lunga si finisce per dimenticare quale sia il nostro vero volto.”

Il tetro cavaliere uscito dall’ombra avanzò lentamente, entrando spregiudicatamente nel mio raggio d’azione. Sapevo che il suo braccio era pronto a scattare, così avanzai, finsi il mio affondo, provocando la sua reazione fulminea che venne, come avevo calcolato, deviata dal mio scudo già preparato a coprirmi.

Con Il mio movimento non avevo intenzionalmente bloccato la sua corsa e così il suo corpo proseguì scomposto sulla punta di Suzail repentinamente orientata sul suo fianco.

Anche la carne degli esseri provenienti dagli abissi della coscienza deve provocare dolore quando viene trafitta, perché la sala dei due troni echeggiò del gemito di Stirge.

Non avevo finito. Un potente calcio sul petto lo fecero sbilanciare all’indietro, permettendo al mio scudo di abbattersi sulla sua spalla destra, proiettandolo a terra. I miei colpi avrebbero fatto del nemico a terra ottimi tagli da salare, essiccare e innaffiare con un goccio di Araldo di Hokka.

Ma quando la mia spada si alzò per aprire la macelleria, lui non c’era.

Come aveva rialzarsi a quella velocità?

Ma già il pensiero che questa domanda comportava fu sufficiente per rallentarmi quel tanto che bastava per farmi perdere il mio vantaggio. Stirge incalzò, riversandomi addosso una pioggia di colpi che mi costrinsero a indietreggiare, riuscendo tuttavia a limitare i danni.

Il mio colpo precedente pareva essere stato sufficiente a fargli perdere lucidità. Attaccava con troppa foga e sentivo la forza dei suoi colpi esaurirsi nell’assalto.

Quando giunse un colpo troppo fiacco e prevedibile mi girai su me stesso e lo colpii al fianco destro scoperto, costringendolo a fare due incerti passi laterali, poi evitai la sua difesa e lo colpii alle gambe. Quando vacillò, resi inoffensive le sue armi contrapponendole alle mie e gli diedi una spallata tale da sbatterlo a terra per la seconda volta. Per quanto grande fosse la sua abilità, la posizione di svantaggio non gli dava scampo. Sangue gli sgorgava da ogni parte del corpo e la sua mano privata dei tendini dovette lasciare andare la spada. Sferrai il colpo letale in piedi sopra di lui, impugnando l’elsa con entrambe le mani.

Affondai la spada con un gemito di liberazione. Vincevo la battaglia contro me stesso e la presa dell’oscurità su di me.

I miei occhi erano fissi sul lato oscuro della sala. Ero deluso perché la sensazione di liberazione che mi aspettavo tardava ad arrivare.

Poi sentii di nuovo quel maledetto fruscio.

Sotto di me la mia spada era conficcata nel suo scudo, comparso come per magia a sottrarre il suo soffio vitale agli artigli della morte già protesi.

Si era concluso tutto velocemente, avevo vinto, ma Stirge era vivo.

“Hai dimostrato chi sei, Zachary Bumblerose! Perché il bene ha avuto ragione sul male.

Hai sconfitto le tue paure, perché il bene ha avuto ragione sul male!

Ma hai diretto il tuo ultimo colpo contro lo scudo, capitano!

Perché temi il bene senza male, quasi come temi il male stesso!”

“Hai ragione Stirge, posso tenere il male al suo posto, ma, per quanto mi costi ammetterlo, c’è anche del male in me e se non mi dai una buona ragione per non farlo, ti ammazzo come un cane.”

“Non funziona così, io rappresento il male che c’è in te e se tu mi ammazzi…”

“Se io ti ammazzo, qualcos’altro prenderà il tuo posto. 5, 4…”

“Ma io sono te!”

“3, 2…”

“Va bene, dannazione, ho qualcosa con me.”

“Mostramelo e fai bene attenzione a come ti muovi.”

“Questo è uno scudo sentinella, rende più acuti i tuoi sensi e all’occorrenza emette anche luce. Quello che ci vuole per il nostro stile di combattimento. E’ stato faticoso procurarmelo, speravo mi desse qualche vantaggio su di te.”

“Cosa vuoi esattamente?”

“Condividere il trono.”

“Nessuno ti ha detto Stirge, che il potere non si divide, te lo puoi solo prendere con la forza. Ci hai provato. E’ andata male.”

“Ma non dicevi di essere disinteressato al potere?”

 

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