20 Flamerule, 1358 DR – Sunlight six

All’Orgoglio di Arabel mi inaffiai la gola con un fiasco di “Vecchi Vigneti”, un ottimo vino giunto da una terra lontana di cui non avevo mai sentito parlare. Purché il vino fosse buono.Placai la voragine che avevo nello stomaco con una enorme terrina a base di nervetti crudi di catoblepa al limone. Ignoravo di cosa si trattasse. Il cuoco in persona arrivò trafelato a spiegarmi che si trattava di una rara specialità, poiché il catoblepa è un animale difficile da cacciare. Inoltre, mentre il suo odore è rivoltante, la sua carne, per chi la sa cucinare è prelibata. Catoblepa, eh? Chissà se nel mio futuro girovagare ne avrei mai incontrato uno? La cosa più divertente era che il cuoco mostrava sotto il naso un chiaro arrossamento, così dovetti chiarirgli che i tre erano ospiti del Lord Jarthoon.

Trovai anche il tempo di importunare una bella giovinetta castana, con i capelli corti, vestita da viaggiatrice che consumava la sua birra e il suo castrato da sola. Ne rimediai un graffio che mi rimase per un paio di giorni a riprova che sapevo quel che facevo. Chi disprezza compra!

Lord Jarthoon, mi guardava con orrore. Leggevo nei suoi occhi il rimorso per i guai in cui la sua spocchia lo aveva cacciato.

“Che faccio, rutto?”

“No, la prego!”

“BuuuUUUURRRRPP!”

Jarthoon era sbiiancato.

“Pardon. Possiamo andare.”

Mi battei la mano sul ventre gonfio e gli diedi una grande pacca sulla spalla. La sua fragile clavicola non cedette per un soffio, ma il vecchio si accasciò. Allora lo presi per le ascelle e lo misi in piedi come fosse una marionetta.

“Mylord, faccia strada.”

Stavo dando il mio peggio, ma d’altronde era stato lui a invitarmi a cercare una nuova identità. Bene, non sarebbe stata quella. Con ogni probabilità la mia nuova identità gli sarebbe piaciuta ancora meno.

“Dutharr! Non me lo dire, sei proprio tu?”

Dallo spioncino della porta di una delle segrete del palazzo del governatore di Arabel, osservavo una cella fredda, umida e angusta, una di quelle che si chiudono e poi si butta via la chiave. Là dentro seduto con il capo chino c’era un uomo con i capelli corti, tagliati male da un carceriere e la pelle e gli occhi arrossati per un clima terribile e una dieta peggiore.

Dutharr dopo la reclusione

Eppure le vene sui suoi muscoli erano evidenti e pulsanti. Per resistere in quell’ambiente terribile che lo avrebbe condotto lentamente a una fine dolorosa, l’uomo si esercitava di continuo trasformando in acciaio una mente e un corpo che erano già di ferro.

Si trattava del comandante Dutharr, già mio superiore. tra i suoi oggetti personali, se ancora non erano stati spartiti tra il personale della prigione c’era un piccolo coltello con le iniziali del mio nome. Per ragioni che non sapevo spiegarmi, quell’uomo si era fissato in testa l’idea che prima o poi avrebbe usato quella lama sulla mia virtù. Proprio quell’uomo ero venuto a liberare. Era rinchiuso a vita per aver soddisfatto diverse simili fissazioni su prigionieri, creando pericolosi casi diplomatici (pare che i souvenir dei sembiani li conservasse da qualche parte) e anche su soldati del Cormyr suoi sottoposti accusati e puniti per direttissima dal buon comandante. Nonostante questo era un istruttore impareggiabile, un combattente straordinario e con un rispetto inamovibile per la gerarchia militare. In quanto suo superiore speravo rinunciasse ai suoi propositi e così avrei evitato di terminare la mia carriera nel coro dell’esercito con il ruolo di sopranista.

“Zachary Bumblerose! Finalmente ti hanno ingabbiato! Spero che il Barone ti farà appendere per i testicoli, ho sentito che ha giurato di farlo!”

“Non ancora, Comandante.”

“Non lo sono più, idiota.”

“Lo potresti tornare a essere.”

Quando gli raccontai tutta la storia, il viso di Dutharr sperimentò lo spettro di tutte le tonalità che l’epidermide umana è un grado di produrre, poi dovette soppesare la mia offerta e la prospettiva della vacanza “all incllusive” che gli offrivano le prigioni cormyreane e accettò.

Potevo considerarmi moderatamente al sicuro da lui, ma questo non implicava che non avrebbe provato a rifarsi su altri. Avrei dovuto tenerlo continuamente sott’occhio, ma avevo il secondo membro della mia compagnia.

Incaricai Lord Jarthoon di provvedere affinché il comandante Dutharr venisse fornito di tutto l’equipaggiamento di cui facesse richiesta. Dei suoi oggetti personali, qualora fossero ancora reperibili, ordinai che gli venisse riferito che il piccolo coltello con le mie iniziali era andato perduto. Quell’oggetto mi inquietava vagamente.

La mattina dopo sarei passato a prenderlo alle prigioni e avremmo cavalcato verso Suzail.

Era pomeriggio inoltrato, quando entrai nella bottega di orefice di Benvenuto Bumblerose.

Sembrava un museo, quel tipo di gioielli non veniva prodotto da almeno vent’anni. Non credo che avrei mai avuto quella bottega in eredità. Mentre passeggiavo tra quegli assurdi cimeli appena prodotti, mi pareva di sentire l’affanno del vecchio intento a trafficare su uno dei suoi aggeggi, eppure il suo banco era vuoto. Quando mi avvicinai lui era lì. Era diventato curvo come un gancio, lavorava praticamente piegato in due e quelli che una volta erano monocoli per lavori di precisione ora erano i suoi occhiali da vista.

“Ciao padre, sono Zachary.”

Senza alzare la testa, né raddrizzare la schiena, ammesso che ne fosse in grado mio padre rispose.

“Non ho idea di quale sia il tuo nome, ma sei di certo mio figlio.”

Poi fece scorrere qualcosa di un certo peso da sotto il bancone. Mi chinai a raccoglierla.

Era un carillon che raffigurava un uomo seminudo, inverosimilmente muscoloso che sedeva su una specie di trono fatto di botti schiantate e rovesciate. Al suo fianco due uomini rovesciavano qualcosa che avrebbe potuto rappresentare della birra. Le figure erano ricoperte d’oro e la molla produceva un’allegra musica da taverna.

Mi chinai a guardare sotto al tavolo e vidi il viso di un vecchietto allegro con gli occhi ingranditi dalle spesse lenti e un sorriso costellato di denti d’oro.

Mi rialzai – la schiena ancora mi doleva – e mi rimisi a gironzolare per la bottega.

“Ti trovo bene. Come vanno gli affari?”

“Vanno come sempre, testone! Papà continua a produrre quello che gli piace, dice che i fermagli per capelli sono una moda passeggera e che presto si tornerà alle buone vecchie coroncine e allora la sua bottega sarà la più importante della città. Fa le cose con il cuore, Zachary, con il suo gusto – continuò Tanee comparsa sulla porta indicando il carillon – ma con il cuore, del resto non gli importa. E tu?”

“C’è qualcosa nel mio cuore che non posso leggere stando qui. Devi capirmi, sorellina!”

“Non ti capiamo, ma ti accettiamo. Sappi che qui hai sempre un posto dove tornare. So che stai per andare via. Fuori, cercando di non dare nell’occhio c’è la ninfetta del drago danzante, fa la disinvolta, ma è evidentemente nervosa. Aspetta te. Le dame di Arabel vi hanno prenotato una stanza alla Mosca Rossa (Red stirge Inn in inglese, ma uccello stigeo rosso mi pareva piuttosto penoso n.d.a.), una delle poche locande che tu non abbia ancora devastato a quanto pare.”

“Cosa? Lei non è…insomma. E’ solo una guida.”

“Non sono affari miei. La stanza è prenotata, fanne quello che vuoi. Cerca di tornare.”

Lord Jarthoon uscì per primo dalla porta rinforzata che dava accesso alle prigioni. Livido in viso cercava di darsi un contegno, ma in qualunque trama avesse voluto coinvolgermi ore ne era stato travolto. Non avevo dubbi che certe erbacce sono durissime a morire. Il nobile si sarebbe di certo riorganizzato e avrebbe in qualche modo cercato di volgere nuovamente a suo vantaggio la situazione. Fresco come una rosa, azzimato, armato e munito della sua espressione più boriosa, seguì anche Dutharr.

“Molte grazie, Mylord, ha fatto un vero affare.”

Dutharr si avvicinò a me e prese le briglie del cavallo che gli porgevo. In un attimo fu in sella.

“Puledra della tua scuderia o cavalla selvatica?” disse il comandante assumendo un’aria fintamente confidenziale e indicando la donna, a sua volta a cavallo, che, dandoci le spalle, attendeva che fossimo pronti.

Nawara

“Nawara è la nostra guida per Suzail. Mi aspetto che tu la rispetti, ma non vederlo come un ordine, Nawara non ha certo bisogno che io prenda le sue difese.”

“Fa anche lei parte della compagnia di saltimbanchi che stai mettendo in piedi?”

Per tutta risposta la giovane avventuriera colpì i fianchi del suo cavallo e partì al trotto.

A cavallo di una montatura scura, un figuro incappucciato, uscì da un vicolo e, tenendosi a debita distanza si mise a seguirci. Dutharr si girò e, dopo averlo squadrato per un attimo, scosse la testa e riprese a cavalcare senza commentare in alcun modo.

Uscimmo velocemente per la città, attraversammo le campagne di Arabel lungo la strada di Calantar. Nawara non parlava per niente, stava sempre circa 30 metri avanti a noi e quando ci fermavamo a cambiare i cavalli alle stazioni di posta preferiva consumare il suo pasto o semplicemente sedersi in disparte. Sapevo, tuttavia che i suoi occhi e i suoi sensi erano sempre all’erta. Quanto all’incappucciato, se ne stava distante, nelle retrovie. Non mostrava alcun interesse né nel raggiungerci, né nel farsi distanziare. La nostra guida ci fece tenere un ritmo piuttosto elevato e quando giungemmo nelle vicinanze di Immersea, invece di procedere per il centro cittadino, prese a ovest sulla via di Starwater, per fermare la marcia ad Aunkspear.

“Perché questo letamaio?” attaccò il comandante scolandosi la seconda pinta di birra scura. “Non mi va di dare nell’occhio. Aunkspear e la Vescica di piede, mi paiono appropriati. Non ti aggrada?“

“Così non mi comunichi il percorso, eh?”

“Ti comunico quello che serve, Dutharr. Puoi rilassarti.”

“Scusa, ti comunico che vado a pisciare,” disse Dutharr sbattendo il boccale vuoto sul tavolo e avviandosi verso le latrine.

Al termine di una cena soddisfacente a base di oca arrosto con contorno di verdure lessate, Dutharr se ne uscì dalla locanda. Avrei parlato per confrontarmi con Nawara, ma notai che anche lei non c’era. Non mi diedi nemmeno la pena di immaginare dove potesse essere Senz’occhi.

Tanto peggio. La notte, poco prima di addormentarmi, mi accorsi che c’era qualcuno nella stanza. Cercando di non farmi notare, allungai la mano sotto il cuscino per prendere il pugnale che vi nascondevo in caso di pericolo, ma non vi trovai nulla.

Nawara faceva oscillare il coltello tenendolo per la lama. Possibile che tutti riuscissero a prendermi per il culo? Ero o non ero il loro capitano, per la miseria!

“Numero due, ha trascorso la serata a parlare con il proprietario dell’armeria “cicatrice di corno” che ho scoperto chiamarsi Eldran Hornscars. Un luogo poco raccomandabile, che emana energia negativa. Non ho potuto capire cosa dicessero.”

“Nawara, il comandante Dutharr è un ufficiale esperto dei Dragoni Purpurei, ha le sue conoscenze poco raccomandabili e fonti di energie negative, come tutti noi, come d’altronde sei tu stessa.”

Nawara non replicò nulla. Lasciò la mia stanza circa un’ora dopo. Quando cercai di trattenerla, lei mi rese il pugnale piantandomelo tra le gambe a pochi centimetri dai gioielli, segno che avrei fatto meglio ad esimermi dal chiederlo in futuro.

Proseguimmo lungo la strada di Starwatar in direzione di Mouth ‘o Gargolyles. Diversamente da prima, Nawara procedeva con passo estremamente lento, scendendo spesso da cavallo per studiare il terreno, finché non si voltò verso di noi e indicò la foresta al lato nord della strada con un cenno del capo.

“Ehi bella, se devi fare le tue cose, non c’è bisogno che ci mandi una lettera!”

“Ci siamo Dutharr, numero tre non è lontano.”

“Maggiori dettagli.”

“Va bene. Mentre veniva condotto alle prigioni di Suzail diversi giorni fa è evaso un uomo, un goliath, a dire il vero.”

“E che ci faceva un Goliath a Suzail?”

“Un mercenario, pare. combatteva dalla parte sbagliata. Non ci interessa molto.”

“Come è scappato?”

“Pare che abbia piegato le sbarre che lo rinchiudevano, si sia liberato di quattro o cinque guardie e si sia dato alla macchia.”

“Cosa ti fa dire che si sia rifugiato qui?”

“Pochi giorni fa un paio di fattori nei pressi di Mouth ‘o Gragoyles hanno trovato alcune loro mucche uccise e in parte sbranate.”

“Che c’è di strano?”

“Primo fatto: dentatura umana, di dimensioni impressionanti, ma umana. Secondo fatto: i poveri bovini sono stati uccisi a pugni.”

“Sembra strano, anche se il tale non aveva armi, perché non usare un bastone che avrebbe potuto trovare ovunque?”

“Armi ne aveva. Quelle prese dalle guardie.”

“E allora?”

“Forse non ne aveva bisogno.”

“Capisco, e perché rifugiarsi proprio in una fogna come Mouth ‘o Gargoyles?”

Credo che ancora oggi Dutharr si chieda perché una montagna, sorta inspiegabilmente in un territorio diversamente pianeggiante, abbia scelto proprio quel momento per andare a trovare quel tal profeta del proverbio e a una velocità così sostenuta.

Fatto sta che il comandante si trovò proiettato in aria e si riebbe schiantandosi a terra a cinque o sei metri dal punto di decollo.

Io mi ero accorto della carica del goliath, appena un attimo prima che investisse Dutharr e così ebbi il tempo di reagire. Mentre quello mi ruggiva in faccia dall’alto dei suoi 2,20 metri nel tentativo di intimorirmi con la sua rabbia folle, lo servii con il mio consueto piatto d’apertura: un tremendo colpo di scudo sul grugno!

Si accorse velocemente che cercare di parare, sdraiato a terra in una nuvola di polvere era una condizione piuttosto misera. Avevo già pronto il pistolotto da rifilargli sulle grandi opportunità della mia offerta, ma era decisamente presto. feci alcuni passi indietro. Il goliath si erse in tutta la sua statura pronto a sventrarmi, ma dal bosco cominciarono a piovere frecce. In sequenza, una dietro l’altra. Il mostro si dovette chiedere quanti fossero a sparare, poi un ultimo colpo di quadrello lo colpì all’addome piegandolo in due.

Nonostante i colpi ricevuti, i danni erano meno gravi di quello che avrebbero dovuto.Approfittando del momento di vantaggio, Dutharr incalzò il nemico con finte e affondi precisi.

Non si era fatto prendere né dall’ira, né dal panico. La sua maestria era veramente eccezionale. Il goliath non riusciva a trovare l’equilibrio giusto per sferrare con la spada che impugnava a due mani quelli che sarebbero senz’altro stati colpi micidiali, tanto che mancò un paio di volte. Tuttavia Dutharr ricevette un terzo colpo sulla spalla che gli fece cedere una gamba. Qualunque fosse stata la volontà del goliath, l’azione coordinata di due dragoni esperti esaurirono ben presto le sue enormi energie. Quando alla fine una lama nera comparve sotto il suo collo e la punta di una freccia gli scintillò davanti alla fronte, il gigante lasciò cadere la spada e cadde in ginocchio. Era pronto ad ascoltare.

“Dunque cosa rispondi?”

“Mi chiamo Savalas rinominato “Il Recluso” della vostra gente. Mi avete vinto in uno scontro non equo. Potete farmi vostro schiavo, finché riuscirete a trattenermi, ma non seguirò nessuno che non abbia combattuto da solo a solo contro di me e mi abbia vinto in un combattimento corretto,” disse serio rivolto a me.

“Da quanto tempo ti nascondi in questi boschi?” intervenne inaspettatamente Nawara.

“Quattro giorni circa”

“DI che cosa ti sei nutrito?”

“Di buoi, principalmente.”

“Allora, da oggi sarai Savalas Fiaccabuoi, cosa ne dici?”

Il Goliath inclinò la testa per osservare quella minuta ragazze che lo fissava.

“Fiaccabuoi lo schiavo?”

“Si vedrà, ora è meglio che tu mi faccia vedere quelle ferite.”

Invece di ripercorre i nostri passi sulla strada di star water e procedere a sud verso Suzail per la strada di Calandar, Nawara ci fece inoltrare nella foresta del Re.

“Non è possibile, Bumblerose, possibile che tu abbia assoldato una mentecatta come guida?” esordì Dutharr in cerca di rogne.

“Questa crede che andare in linea retta sia la via più veloce! Ci metteremo un’eternità a passare per questi boschi, che tra l’altro non sono nemmeno sicuri e se qualche orco sbandato deciderà di attaccarci perderemo ulteriore tempo. Ma che diavolo…!?!”

Davanti al cavallo di Dutharr piovvero le teste mozzate di due orchi.

“Questi erano in dubbio se assalirci o no e ho voluto toglierli dall’imbarazzo” sibilò una voce roca alle nostre spalle. Senz’occhi squadrava il comandante Dutharr esibendo altre due teste che reggeva per i capelli.

“Gli altri sono fuggiti.”

Sentii chiaramente il rumore del sangue che affluiva rapido alla testa del vecchio dragone.

“Questo è troppo, spaventapasseri!”

Dutharr fece per girare il cavallo ma questo non si muoveva. Savalas impugnava saldamente le redini, impedendone i movimenti.

“E tu che t’immischi, minorato?”

Di nuovo Dutharr fece per estrarre la spada per allontanare il Goliath, ma una freccia precisa scoccata nello spazio tra la sua mano e l’elsa lo bloccò.Nawara se ne stava con l’arco puntato.

“Se fai perdere ancora tempo alla mia marcia, ti uccido,” disse la ragazza in tono spaventosamente placido.

“Va bene, va bene – si arrese infine Dutharr sollevando le mani e abbozzando un sorriso, che altro non era che una promessa di morte – facciamo come vuole la frignona.”

“Comunque, Capitano, capisco perché ti porti dietro questa giovane scaldaletto, un disastro con le strade, ma, ehi, deve essere una leonessa sulle brande.”

Nessuno commentò oltre. Senz’occhi sparì come non fosse mai esistito e Nawara, che ora montava sullo stesso cavallo di Savalas, guidava la compagnia.

Mi chiedevo come avrei potuto tenere insieme un gruppo simile. Ero in grado di confrontarmi anche solo con uno di loro? Importava poco, il Cormyr non mi aveva relegato a vivere nel sottosuolo per le mia grandi doti di comando.

Come era prevedibile Nawara riusciva a guidare il gruppo in mezzo a quell’intrico di alberi con sicurezza e maestria. Dutharr inghiottiva amaro, ma il nostro passo era identico a quello che sarebbe stato su una normale strada e, tagliando per la foresta del re, avevamo guadagnato almeno 20 miglia. Costeggiammo lo starwater e uscimmo dalla foresta nei pressi di Gray Oaks e ci rifocillammo al Trailswatch, una piccola locanda da cui si vedeva la strada di Calandar e l’omonimo ponte.

La locanda era gestita da halfling che ci servivano con grandi sorrisi quando erano al tavolo e confabulavano guardandoci con sospetto mentre erano lontani. Se notavano di essere osservati sparivano velocemente nelle cucine. Mi parve di vedere senz’occhi, sparire a sua volta nelle cucine, dopodiché ogni volta che incrociavo lo sguardo di uno degli inservienti questo mi rinviava sempre un enorme sorriso, sia che fosse vicino, sia che fosse lontano dal tavolo.

“Stiamo per entrare a Suzail,” immediatamente sentii la tensione nei muscoli di Savalas.

Zeke affronta Savalas

“Andremo alla Serratura.”

Non avevo nemmeno terminato la parola che la sedia del gigante colò all’indietro e il tavolo volò nella mia direzione. Sapevo che lo avrebbe fatto e non mi fu difficile evitare il proiettile. Savalas non aveva certo confidato di atterrarmi con un tavolo, infatti era già pronto a gettarsi nell’unico spazio che avrei potuto occupare per evitare di esserne investito. Così iniziarono a piovere pugni dalla violenza e forza inusitata proprio dove mi trovavo. Eppure ogni pugno era sempre un po’ corto, un po’ troppo a destra o reso innocuo dalle mie deviazioni. Non capiva come mi muovessi e così, appena i suoi colpi divennero più radi per il sopraggiungere della fatica, sferrai un colpo. Solo uno in pieno petto. Il gigante volò a terra, gli feci rimbalzare un paio di volte il cervello nella scatola cranica con una gomitata in testa, poi estrassi la spada e gliela puntai alla gola.

“E bravo il Capitano! Rispedisci questo scarafaggio nelle fogne da cui è scappato, rinchiudicelo e buttane via la chiave, così ci pensa due volte la prossima volta,” rincarò Dutharr, come al solito fuori luogo.

Sapevo bene che il vero pericolo lo avrei affrontato in quel momento. Una mossa sbagliata e mi sarei trovato crivellato di frecce. Avevo infatti osservato come Nawara provava un qualche tipo di legame con il goliath, forse perché entrambi appartenevano a terre selvagge che uomini come me e Dutharr o creature scaturite dalle ombre urbane come Senz’occhi continuavano a sottomettere e colonizzare. Quando nei pressi di Mouth ‘o Gargoyles aveva risposto “Vedremo” alla richiesta di Savalas se poteva considerarsi libero o schiavo, intendeva “Certamente”. Sapeva di non avere l’autorità per decidere delle sorti del fuggiasco, ma allo stesso tempo aveva deciso che lo avrebbe difeso comunque.

“Puoi rialzarti, Savalas Fiaccabuoi e Rovesciatavoli, non è mia intenzione riconsegnarti, finché seguirai i miei comandi. Occorre comunicare che la tua pena è stata commutata, diversamente continuerebbero a cercarti e ciò attirerebbe l’attenzione su tutta la nostra compagnia. Devi imparare a capire quando un discorso è finito prima di agire.”

“Nawara ti insegnerà,” aggiunsi mentre la vedevo rilasciare la corda nel più assoluto silenzio e con una lentezza quasi impercettibile la corda del suo arco.

Cambiammo i cavalli e ci ricongiungemmo con la via di Calandar. Quando giungemmo in vista del ponte Dutharr diede di sprone al suo palafreno e si lanciò in avanti superando Nawara.

“Oltre questo ponte, c’è la capitale del Cormyr e la nostra compagnia non sarà certo presentata fa una figlia di cinghiale come te.”

Nonostante tutto Dutharr restava un Dragone Purpureo Cormyreano fin nel midollo. Anche se era stato rinnegato per i suoi modi violenti e individualisti, nella sua mente tutto ciò lo aveva fatto per il Cormyr e in nome di tutti i diritti che ciò comportava.

Avvertivo l’orgoglio che provava ad avvicinarsi a Suzail, come se riuscisse a trasmettermelo.

“No! Fermo!” gridò Dutharr dandoci le spalle.

Da lontano lo vedemmo indietreggiare, proteggendosi da qualcosa che non vedevamo.

Partimmo al galoppo. Feci cenno a Nawara e Senz’occhi, che immediatamente si spostarono sulle ali, fuori dalla strada. Mentre loro estraevano balestra e arco io e Savalas smontavamo da cavallo per coprire in carica l’ultimo tratto di strada.

Il comandante sembrava illeso, ma aveva un colorito di un pallore mortale e puntando il dito verso il ponte cercava di forzare il nostro blocco per scappare da qualche parte.

Savalas teneva Dutharr; Nawara e Senz’occhi convergevano lentamente verso il ponte tenendosi pronti a colpire qualunque cosa si manifestasse; scudo alzato io avanzavo per capire cosa succedesse.

All’inizio giunse alle mie orecchie una specie di ticchettio ritmico, come una percussione di strumenti molto acuti, poi capii che i rumori provenivano da una specie di montagna di stracci che si trovava ammonticchiata contro la prima delle colonne di uno dei parapetti del ponte, infine individuai tra quei rifiuti un uomo, probabilmente un mendicante, sporco all’inverosimile, vestito di ritagli di stoffa sbrindellati a cui erano cuciti malamente scatolette, barattoli e pezzi di vari metalli. Nelle mani pareva reggere dei cucchiai che, sbattendo tra loro o contro quella specie di batteria che aveva sui vestiti, producevano il rumore che avevo sentito.

“Una moneta per Vladek, lo sventurato,prima della metauna monetina, grazie, grazie,per una canzoncina.”

“Cosa è successo? Parla in fretta prima che la sventure ti colga davvero,” lo intimai.

“La sventura la conosce,quel villano in armatura!”

“Quell’uomo – dissi indicando Dutharr – ti ha risposto male quando gli hai chiesto la moneta?”

“Un tipo tosto, per davverorisponde male in ogni posto.”

“Me ne scuso, non era nostra intenzione offendere nessuno. Ecco una moneta d’argento per ciascuno di noi. spero basti a ripagare l’offesa subita.”

“Per bastare questo, bastama lui umilia la sua casta.”

“D’accordo, però vorrei sapere cosa è successo?”

“Tu sei proprio un indiscreto e a morte certami condanni, se carpisci il mio segreto.”

Capivo le sue ragioni e non volli che il mio soggiorno a Suzail iniziasse con guai, che potevo evitarmi. Dutharr se l’era probabilmente andata a cercare, ma per quanti difetti gli si potesse riconoscere, la codardia non era tra questi. Dovevo cercare di avere più informazioni su quell’uomo.

Quando alzai gli occhi, percepii lo sguardo invisibile di Senz’occhi su di me, così gli feci un cenno di assenso e, come di consueto, si allontanò.

Giungemmo alle mura di Suzail poco prima del tramonto. Il grande cancello a Nord era ancora aperto, carovane dei mercanti, contadini che rientravano dai mercati quotidiani, cittadini che rientravano dopo aver sbrigato le loro faccende sfilavano accanto a noi.

Tra loro, marziali ed efficienti si muovevano le pattuglie dei dragoni purpurei. Davano il benvenuto, comunicavano l’ordine e la protezione che caratterizzavano la capitale del Cormyr e soprattutto avvertivano i malintenzionati che avrebbero dovuto pensarci bene prima di fare la loro comparsata e guastare la festa.

Lo avevo fatto anche io ed ora provavo un senso di tristezza a vedere quei giovani visi considerarmi uno straniero dall’aspetto poco raccomandabile.

“Bumblerose – disse Dutharr con un sospiro rassegnato – ti risparmio il discorsetto da mamma chioccia. A Suzail mi conoscono tutti, dato che non ho avuto la bella idea di farmi rifare il viso da un mastino infernale come hai fatto tu e tutti sanno che sto marcendo in prigione ad Arabel so anche che vorresti evitare di dare nell’occhio, quindi non entrerò in città. Vado ad aspettarti al “Cancello della notte”.

Senza aspettare una mia risposta, si prese a sinistra, verso il cancello est presso cui sorgeva la locanda.

Per due volte dovetti assicurare che una volta entrati in città avremmo fatto sigillare le armi e che non c’erano stregoni di rilievo nella nostra compagnia.

Non ancora. Non sapevano che eravamo venuti proprio per prenderne uno. Uno che non mi avrebbero dato il permesso di portare via, ma non ero venuto per chiedere.

“Benvenuti a Suzail. Procedura standard. Provvederemo a legare e sigillare ogni arma e a dotarvi di un attestato che certifica quanto riscontrato. Se durante uno dei controlli dovreste trovarvi senza un’arma presente nella lista o con un’arma non registrata verrete senza indugio condotti alle prigioni dove verrete immediatamente processati,” disse un ufficiale di guardia.

“Conosciamo la procedura,” dissi rimarcando l’accento cormyreano.

“Ah, così siete cittadino del Cormyr,” disse un uomo entrando da una porta laterale.

L’uomo indossava la divisa di un corpo molto specie e influente delle milizie del Cormyr: era un guerramago.

“Cosa vi porta a Suzail assieme a un bruto e a una selvaggia, volete ammirare la capitale? I suoi giardini? La sua Promenade?”

I cormyreani risultano più affabili se li si conosce meglio, in questo nulla cambiava.

“Una spada nera a dire la verità.”

“Che incontra uno scudo verde. Mi vuole dire nel mio ufficio cosa succede poi?”

“Continuate a sigillare,” ordinò il guerramago ai suoi sottoposti, invitandomi a seguirlo.

“Per combattere una guerra rossa.”

L’uomo si sedette su un tavolo massaggiandosi le tempie, annuendo con le testa.

“Ma questa volta ci sono sette occhi attorno al trono,” aggiunsi ottenendo la sua attenzione.

Ero un suo superiore, conducevo una missione per ordine del re stesso, non avrebbe dovuto intromettersi. Certo potevo anche essere un fanfarone che aveva ottenuto le parole segrete torturando un ufficiale. Ma non aveva scelta.

Uscimmo con una licenza per portare le armi dissigillate e una per acquistare una grossa spada a due mani.

Non saremmo rimasti molto. Affidai a Nawara il compito di recuperare l’arma, mentre io mi sarei recato col goliath alla Serratura per sbrigare l’affare “Savalas” e al contempo recuperare il numero quattro.

“Capitano Bumblerose, non mi piace che una creatura simile – disse Lothsir – direttore delle prigioni di Suzail riferendosi a Savalas, che se ne stava nella stanza accanto, disarmato e vegliato da otto guardie – se ne giri libero.”

“Non sarà affatto libero, pagherà il suo tributo al Cormyr con maggior durezza di quanto gliene fosse riservata qui, stia certo.”

“Lei è un Capitano singolare Bumblerose, è probabile che abbia un metodo singolare per domare quell’animale. E’ riuscito a fuggire nel tragitto che lo conduceva qui. Non avrebbe mai potuto lasciare queste mura una volta entrato.”

“Una fortezza ancora inespugnabile.”

“Più di prima, capitano.”

“Anche l’abisso? L’ultimo livello delle prigioni, protetto da una zona di morte magica?”

“Soprattutto quello.”

“Quindi c’è ancora?”

“E dove vuole che vada?”

“Sa io l’ho conosciuto nella battaglia di passo Tilver. Allora era un campione del Cormyr, lui e un altro guerramago hanno cambiato le sorti della battaglia. So che ora è un traditore, ma anche io sono stato a un passo dall’essere considerato tale, posso parlargli?”

“Temo di no, però glielo posso far vedere.”

“Senz’occhi conosce un modo sicuro. Senza rischi.”

“Far evadere il prigioniero più sorvegliato dalla Serratura in modo sicuro e senza rischi?”

“Sì.”

“La fregatura?”

“Un omicidio. Un nuovo membro della compagnia.”

“Cosa? Aspetta, tu hai svelato l’esistenza della compagnia a qualcuno?”

“Senza che fosse mia volontà.”

“Chi dovrebbe morire?”

“Il direttore delle prigioni.”

“Chi dovrebbe essere il nuovo membro della compagnia?”

“Vladek, l’uomo-cucchiaio.”

La sera non avevo appetito. Nawara e Savalas non si erano fatti vedere. Si fottessero, che tra l’altro era ciò che probabilmente stavano facendo.

Raggiunsi la casa in cui viveva il direttore. Lothsir. Vedevo delle luci accese. Forse era con la famiglia, forse giocava coi figli, faceva l’amore con sua moglie. Questa sarebbe stata la sua ultima notte, perché l’indomani mattina noi l’avremmo ucciso. Ne avrei ordinato l’uccisione, perché la sua dipartita mi faceva comodo. Come facevo ad accettarlo? Non c’era un altro modo? Non avrei potuto semplicemente rinunciare e scegliere un altro numero quattro?Invece non ci avevo pensato un attimo a dare il via libera a Senz’occhi, avevo pensato a tutti i miei compagni morti in battaglia. Chi aveva voluto quelle guerre? Chi ne aveva beneficiato? L’ordine del Cormyr era eretto su un cimitero di morti senza nome. Una divinità della morte sarebbe stata più appropriata per risiedere nei templi cittadini. Per questo il sangue di questo regno era ancora fresco e vigoroso, un sangue guerriero che vinceva le guerre e sottometteva nemici ed alleati, ma ormai ero stanco della guerra e la guerra era l’unica cosa che sapevo fare.

La morte di un torturatore si frapponeva tra me e un mio capriccio? Doveva essere destino.

Sputai per terra ripromettendomi di andarmene da qui e non rimetterci piede per molto tempo. Per sfogarmi entrai in un bordello a cinque stelle. Il paradiso è un sacco sudato. Quello di cui avevo bisogno.

Di buon ora un uomo tronfio e soddisfatto della propria posizione sociale uscì da casa per recarsi al lavoro e infliggere la sua dose di violenze e torture quotidiane affinché il mondo che gli garantiva quei privilegi rimanesse in pace. Nei pressi di un vicolo ingombro di stracci e rifiuti, un uomo, avvolto in un lungo mantello lo avvicinò. Nessuno fece tanto caso a quello che succedeva poiché l’ampia veste oscurava la visuale. Forse l’uomo cadde, perché i rifiuti parvero muoversi, forse l’uomo con il mantello lo aiutò ad alzarsi perché poco dopo l’uomo tronfio salutò e riprese la sua strada.

Quella notte stessa, in una taverna fuori dal cancello est, un ubriaco con un grosso naso rubizzo, per pagarsi un giro di acquavite raccontò la storia di creature che mangiano le ombre della gente e poi ne assumono la forma per mischiarsi tra la folla e assumere il potere. Gli avventori ne risero e ne placarono la sete. Il racconto fu così avvincente e apprezzato che un gruppo di viaggiatori lo invitò al tavolo per continuare la serata e farsi raccontare altre storie. Il gruppo era composto da due uomini d’arme, una specie di gigante, una giovane ragazza vestita come una cacciatrice, una sorta di straccione con il vestito rattoppato e un contadino sudicio con i vestiti troppo larghi, uno sguardo strabico, che fischiettava buffamente. A fine serata la compagnia uscì per smaltire i fumi dell’alcool. L’uomo con il naso rubizzo non pernottò alla locanda e siccome era notte e i cancelli della città erano chiusi e siccome era a piedi e non poteva raggiungere alcuna delle città vicine, probabilmente si addormentò sulla riva del fiume e scivolò nell’oblio con le storie che non sarebbero più state raccontate.

“Ho sentito le campane suonare a morto in città,” mi disse Dutharr, curioso di capire come avessimo liberato numero quattro, ovvero Quarter “Weirdo” Margrave, Guerramago del Cormyr!

“Il direttore in persona me lo ha consegnato in mattinata, poi mentre sbrigava qualche faccenda un brigante lo ha assalito per derubarlo, le cose si sono messe male e Lothsir ha avuto la peggio. Tuttavia all’assassino non è andata meglio, perché lo hanno preso che cercava di occultare il cadavere, lo hanno processato e decapitato per direttissima.”

“Perché allora Begliocchi non è uscito con te, il Goliath e la scaldaletto?”

“Precauzione.”

“Sei un bel bastardo, Bumblerose, lasciatelo dire. Quando verrà la tua ora saranno in molti a reclamare il diritto di porre fine alla tua vita e conto di aver maturato una buona posizione in graduatoria per allora.”

Feci guidare da Nawara la compagnia fino alle porte di Arabel, ma, nonostante sapessi che per lungo tempo non avrei fatto ritorno, vi avevo già dato l’addio.

Gettai il sacchetto con il compenso pattuito a Nawara.

“Hai portato brillantemente a termine il compito che ti avevo assegnato. il nostro contratto è sciolto. Ora la compagnia proseguirà per conto proprio.”

Cercavo di mettere nella voce quanta più drammaticità possibile.

Per quanto cercasse di non darlo a vedere, da sotto la frangetta gli occhi di Nawara guizzavano da me, al goliath agli alberi che aveva intorno. Per la prima volta la vedevo provare indecisione. La raggiunsi guidando il mio cavallo al passo nel modo più dolce possibile.

“Puoi unirti a noi.”

“Non passerò mai più di una settimana in una caverna.”

“Non immagini quanto l’abisso sia vasto.”

“Dovrai riportarmi su.”

“Siete i sunlight six, non vi ho reclutati per starvene in un angolo buio ad ammuffire, Nawara.”

“No, non Nawara, Numero sei.”

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