19 Ches, 1359 DR – Velsinore

Racconti di Halfgrimur della Corte Elfica: 26 Marpenoth, 1358 DR – 19 Ches, 1359 DR

Halfgrimur e Feena varcarono la porta ovest di Yhaunn alle prime luci dell’alba del 2 di Uktar quando i festeggiamenti dedicati alla Madre d’Argento erano terminati e il mondo dei sogni più inconfessabili aveva preso forma.

Non si erano certo risparmiati. Entrambi avevano un passo piuttosto veloce.

Halfgrimur aveva camminato ormai su qualunque tipo di terreno. Aveva aperto la via in mezzo agli intricatissimi sentieri di Myth Drannor, aveva percorso le mortali sabbie del deserto di Anauroch, si era inerpicato sulle impervie salite dei Picchi Tuono, aveva attraversato i ghiacci del Lontano Nord, aveva battuto praticamente tutte le arterie principali delle Valli, si era immerso nel Sottosuolo, calpestando i sentieri perduti dei Morti, e aveva varcato il Mare delle Stelle Cadute.

Feena, nella forma lupina, era riuscita a tenergli testa.

Yhaunn era una città che non raggiungeva ancora i 20.000 abitanti. La lucentezza che emanava era dovuta al fatto che era stata costruita sul sito di un’antica cava. Il marmo bianco di Yhaunn era rinomato non solo a Sembia: molti grandi palazzi a Selgaunt, Saerloon, Westgate, Alaghôn, Cimbar e Velprintalar erano stati edificati con quella particolare pietra.

Yhaunn era un florido porto commerciale che guardava a est al Mare delle Stelle Cadute e al nord, una volta superata la penisola di Scardale che la proteggeva, verso l’Accesso del Drago. La ricchezza dei suoi bastimenti faceva gola ai pirati che sovente in passato la fecero oggetto di razzie e saccheggi. Era anche sede di due importanti templi: la Casa di Nostra Madre d’Argento, Selune, chiamata la Sala dell’Ombra Lunare e la Torre della Signora della Fortuna, rifugio per i pellegrini fedeli a Tymora.

In Sembia nulla era lasciato al caso e Yhaunn, nonostante fosse un porto di mare, non faceva eccezione.

Le maglie della burocrazia erano improntate all’efficienza e non al lassismo. Gli zelanti funzionari portuali annotavano tutto sui loro libri contabili, facendo stime dettagliatissime. Le navi cargo dovevano rispettare parametri molto rigidi. Chi sgarrava, doveva pagare multe salatissime e chi perseverava nell’illegalità ne rispondeva con la vita. Le esportazioni della nobile pietra non solo mantenevano il bilancio della città in attivo, ma erano un vanto per tutta la popolazione, in particolare per chi non si spaccava la schiena tutti i giorni nella cava.

Le condizioni di Velsinore, la sorella spirituale di Feena, erano migliori di quanto ci si potesse aspettare. Le convulsioni non erano ormai più così frequenti e un sorriso sincero aveva preso a dimorare sul suo volto. Halfgrimur si presentò alla Madre Superiora del Tempio, Dhauna Myritar, nella non precisata veste di “compagno di viaggio”. Non disse una parola in merito al suo legame con Feena, dal momento che non si sentiva in dovere di dare spiegazioni a nessuno.

Velsinore

Con il passare dei giorni, tuttavia, fu obbligato dal buon senso a fornire alla illustre rappresentante di Selune la ragione della sua presenza. Un po’ per necessità – per chi conosce la storia dei rapporti politici tra Cormanthor e Sembia sa che la presenza degli elfi è quantomeno “sgradita” – un po’ per continuare a stare accanto a Feena, informò Dhauna che si sarebbe trattenuto nel vicino tempio di Tymora per un periodo di apprendistato e, una volta terminato il suo tirocinio, si sarebbe recato a Saerloon per affari. La donna dai capelli corvini pur non facendo domande comprese che la presenza di un elfo del rango di Halfgrimur non poteva essere casuale. E la moneta a due facce, che portava al collo, aumentava il sospetto che colui che avrebbe condotto qualsivoglia trattativa a Saerloon non avrebbe avuto il volto e le fattezze di un Tel-Quessir.

La Sala dell’Ombra Lunare era un luogo pieno di misteri i quali dovevano rimanere tali, per garantire l’equilibrio delle parti in gioco.

Halfgrimur aveva notato che Velsinore si era quasi ristabilita del tutto. Non aveva più spasmi, né febbre. Il pallore mortale svanì in poche settimane.

Iniziavano a girare voci nel tempio: Velsinore era stata miracolata o era stata l’amorevole presenza di Feena ad accelerare la guarigione? Quindici giorni dopo il suo rientro al tempio, Velsinore era in grado di camminare autonomamente. Lo sguardo di Velsinore non era solo quello di un’amica che ringrazia. Halfgrimur conosceva bene l’ardore che si sprigionava da quegli occhi. Era amore.

Decise, dopo quel giorno, di lasciare che le cose facessero il loro corso. Non voleva turbare la ritrovata armonia tra le due sorelle. Immaginò che Feena fosse stata da sempre a conoscenza di quella infelice e non corrisposta concupiscenza. Ora, ripensando ai racconti dell’amata, Halfgrimur comprendeva il vero motivo delle punizioni corporali alle quali, da giovane, era stata costretta a subire. Velsinore voleva avere un rapporto esclusivo con Feena e la violenza, così come il sesso, era uno dei modi per ottenerlo.

Ma non solo Velsinore aveva beneficiato del ritorno di Feena.

Un certo Mifano, un giovane accolito straordinariamente prestante, diventato popolare tra le adepte del Tempio, aveva flirtato in passato con lei. Aveva ripreso a gironzolare intorno a Feena quando non era in compagnia della Sorella maggiore. Halfgrimur non aveva detto e fatto nulla, non giudicandolo una minaccia.

Nonostante queste circostanze, Halfgrimur e Feena erano riusciti a ritagliarsi il loro spazio comune anche a Yhaunn. Erano coscienti di vivere un momento particolare della loro vita, forse irripetibile. Erano felici.

A capo del tempio di Tymora, la Torre della Signora della Fortuna, era Jhyndara Thiolstar, una donna matura per la quale il tempo sembrava non scorrere, lasciandone inalterato il fascino. Insieme a lei una trentina di preti – uomini e donne – gestivano tutte le attività di culto, si occupavano del decoro e della pulizia degli ambienti, annotavano le entrate (dovute a numerose donazioni) e le spese amministrative. Circa una settantina di seguaci attendevano alle funzioni religiose tre volte alla settimana.

Halfgrimur fu accolto dal gruppo in una maniera del tutto naturale. Tymora non aveva pregiudizi.

Erano il coraggio e l’intraprendenza, coadiuvati sempre dalla Fortuna, il metro attraverso il quale si misuravano le azioni umane (e non). Superando la cautela iniziale – era pur sempre un elfo a Sembia – Halfgrimur si aprì a quella comunità e sentì il bisogno di raccontare la sua storia.

Era giunto il momento di fare il bilancio di quanto era accaduto negli ultimi tre anni, sforzandosi di vedere le cose dall’alto, di liberarsi dalla prigione dell’ideologia. Era ovvio che cambiamenti di questa portata avrebbero richiesto molto tempo e Halfgrimur fallì nell’intento, anche se quello fu il primo tentativo di lasciarsi alle spalle vecchie scorie e vecchi rancori. Qualcosa stava cambiando nel suo animo. Era necessario conoscere le ragioni dell’Ombra, ma non perseguirne i fini. Questo almeno sulla carta.

La storia della prima Compagnia, quella dei Custodi, suscitò grande interesse e, con la benedizione di Jhyndara, fu deciso che Olìvhor, un ragazzo particolarmente dotato nell’arte scrittoria avrebbe dovuto redigere una cronaca nella Lingua Chondathan. I lavori preparatori, ovvero una prima stesura dei fatti, senza abbellimenti stilistici, presero tutto il mese di Nightal. L’amanuense scriveva sotto dettatura dell’elfo, che non era molto a suo agio in quel ruolo.

Quando entrambi alzarono il viso dalla pergamena, si accorsero che stava terminando l’ultimo giorno di Nightal, il servo silente che, ancora una volta e fino alla fine del mondo, avrebbe chiuso la porta del tempo passato e lasciato la scena ad Hammer.

L’anno 1359 era iniziato con una novità: Feena era incinta.

Soltanto Halfgrimur e l’Alta Pretessa di Selune ne furono messi al corrente. Fin dall’inizio della gravidanza, l’umore di Feena mutò radicalmente. Iniziò dapprima a diventare scontrosa, specialmente con Halfgrimur. Il loro rapporto non era più idilliaco come a Bosco Arco. Una volta ritornati alla civiltà, erano ritornati anche i doveri e i compromessi con il mondo esterno. Poi, quando la pancia si era ingrossata, cominciò ad isolarsi. Si guastò anche la ritrovata amicizia con Velsinore, che inevitabilmente si ammalò di nuovo.

Feena passava gran parte delle sue giornate lontano dalla città, nascosta agli occhi di chi non avrebbe perso occasione di giudicarla. Le rare volte che rientrava per le preghiere, si infagottava a dovere, tentando così di nascondere la propria infamia.

Il pensiero che la maledizione che l’aveva marchiata fin dall’adolescenza, la licantropia, potesse colpire anche il bambino che aveva in grembo la faceva impazzire di dolore.

Il destino volle poi che le prime settimane di Ches fossero caldissime, quasi un preludio dell’estate.

Feena non potendo più celare le sue forme alterate fece perdere ogni traccia di sé.

Circolava la notizia che fosse stata oggetto di “particolari” attenzioni da parte di Mifano, il bel giovanotto noto per la sua licenziosità nei costumi sessuali. Quando giunse anche all’orecchio di Halfgrimur, il quale era ancora impegnato nella dettatura delle gesta della Compagnia dei Custodi allo scriba, cadeva il 18 di Ches, il giorno antecedente al Solstizio d’Estate.

Dopo aver consumato un frugale pasto nel refettorio della Torre, Halfgrimur informò Olìvhor che si sarebbe assentato per l’intero pomeriggio e che domani avrebbero ripreso il lavoro.

Sapeva esattamente dove si trovava Feena, l’aveva seguita più volte al calare del sole nel suo vagabondare. Halfgrimur, complice l’assenza di boschi e foreste, poteva seguirla con lo sguardo anche da molto lontano e lei, quando avvertiva la sua presenza, era confortata dalla sua premura. Tuttavia le poche volte che lui aveva provato ad avvicinarsi, si era trasformata in lupo ed era fuggita.

Feena era solita ritirarsi presso una grotta in riva al mare.

Una catasta di legna e braci ancora vive erano le prove che Feena doveva essersi assentata da poco. Halfgrimur temeva che la ragione fosse una sola: cibo. L’unica fonte di sostentamento, se si escludeva il mare, era data da un piccolo villaggio, situato a cinque chilometri dalla spelonca, popolato da lavoratori specializzati nell’estrazione del marmo.

Attese due ore.

Feena in forma lupina

Finalmente apparve un grosso lupo con il muso sporco di sangue. A testa bassa, gli si avvicinò.

Halfgrimur dolcemente gli accarezzò il pelo e, sedendosi accanto all’animale, disse:

“Domani partirò per Saerloon. Ritirerò tanto di quel denaro che potremmo iniziare una nuova vita qui o altrove, non importa il luogo. Devo ammettere che non si sta male qui. Chi l’avrebbe mai detto? Quando ci siamo incontrati mi sentivo svuotato. Avrei voluto rimanere rinchiuso nei confini di Bosco Arco per sempre. Feena, amore mio, esistono vie, perlopiù oscure, che a volte è necessario percorrere. E la più difficile di tutte è invisibile ed è quella interiore.”

Halfgrimur abbassò la mano all’addome del lupo, il quale si ritrasse istintivamente.

“E’ possibile che l’efficienza sembiana possa trovare qualche ostacolo di fronte alle richieste, seppur legittime, di un nativo di Cormanthor. Vediamo se il sigillo di un noto barone di Waterdeep sarà di aiuto per accelerare i tempi.”

Il lupo, nel frattempo, aveva già immerso tutte e quattro le zampe nell’acqua salata del Mar delle Stelle Cadute.

“Ce la faremo, insieme. Attendi il mio ritorno per Mirtul. Ti penserò tutti i giorni. Che Tymora e Selune possano vegliare su di te, mia amata, e sul figlio che porti in grembo.”

Sebbene l’elfo fosse così intuitivo nel vedere trappole e pericoli su qualunque tipo di sentiero, non era altro che un novizio in materia amorosa. L’amore – è cosa nota – rende ciechi e Halfgrimur era stato invischiato in quella ragnatela, dalla quale si sarebbe potuto liberare soltanto con l’aiuto di un accadimento esterno.

Egli ignorava il fatto che Feena, sfamatasi uccidendo una mezza dozzina di galline, era ormai fuori controllo. Nei giorni successivi la malattia l’avrebbe spinta a varcare quel confine, che già in passato aveva superato e all’interno del quale era potuta rientrare grazie soprattutto alla fede in Selune, che la sua amica Velsinore le aveva trasmesso.

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