28 Kythorn, 1358 DR – Ultimi giorni assieme

Il mondo è davvero pieno di pericoli, e vi sono molti posti oscuri; ma si trovano ancora delle cose belle, e nonostante che l’amore sia ovunque mescolato al dolore, esso cresce forse più forte.” – Haldir, La Compagnia dell’Anello – J.R.R. Tolkien

Quando infine uscirono all’aria aperta i Picchi del Tuono riservarono loro una tiepida brezza, lo splendore di declivi verdi e fioriti, e tutto ciò che di magnificente la primavera dona ai popoli liberi, in grado di apprezzare la vita. I primi tempi la luce del Sole pareva ferirli, in particolare Dirnal, Imong e gli elfi necessitarono di quasi due settimane per abituare gli occhi, sensibili, alla ritrovata luce del giorno.

– Due mesi nel Sottosuolo non sono come una notte passata in taverna, amici miei! – diceva con una sonora risata il Venerabile nano.

Nonostante questo piccolo fastidio l’umore era molto buono. Passavano le serate a scherzare, bere e giocare a dadi, mentre l’esercito cormyriano allestiva di volta in volta il campo lungo la discesa a valle, sulla via di Passo Tuono. Anche il capitano Bumblerose partecipava di buon grado alle nottate dei Cercatori, una volta distribuiti i compiti ai suoi luogotenenti. I suoi compagni percepivano che, celata da una stoica resistenza, l’uomo soffrisse ancora i postumi delle terribili deflagrazioni, avvenute nel corridoio che conduceva alla sala della Sfera dell’Oscurità. Zachary per un attimo era caduto, prima che la benedizione di Clangeddin, per mano di Dirnal, lo riportasse tra i vivi. Di quel sonno di morte si sarebbe ricordato ogni volta che, guardandosi allo specchio, avesse veduto il lato sinistro della suo capo. Dal limitare esterno dell’occhio fino all’attaccatura dell’orecchio la sua pelle era incartapecorita; l’orecchio stesso era stato sciolto dal calore dell’elmo e parte della capigliatura era andata bruciata. Il nano e i medici da campo gli avevano detto che era stato molto fortunato a non perdere la vista, e che, sebbene il timpano fosse perforato rendendolo parzialmente sordo, col tempo avrebbe recuperato piene funzionalità. Altre parti del corpo riportavano ferite lievi, ma lo scudo, e sopratutto il mantello d’ossa, l’avevano preservato.

Il capitano Bumblerose con le cicatrici dell’ultima battaglia.

– Sei pensieroso Zeke, troppo tempo abbiamo camminato assieme perché non me ne accorga. – gli disse una sera l’elfo.

– Già Halfgrimur, ammetto che questa primavera non riesce a scaldarmi. L’afflato di Doresain mi ha rapito il cuore e oscurato la mente; ho lottato come meglio ho potuto, ma sono caduto. Mi chiedo se non ci sia altro di meglio che combattere in questa vita…

L’elfo guardò con compassione l’amico-rivale, e si accorse di provare un bene sincero per quella creatura mortale, un bene che per un momento lo spaventò, perché forse per la prima volta realizzò quanto i loro destini sarebbero stati differenti. Tuttavia non ebbe parole di pietà, non sarebbe stata la giusta moneta per un guerriero tanto generoso e indomito.

– Vuoi lasciare le tue insegne proprio ora che il tuo nome è leggenda? Hai creato un contingente di veterani senza paura: la Lega del Drago Bianco, presto, sarà presentata alla famiglia reale tramite le parole di Fafnir, cosa puoi desiderare di più? Conosciamo entrambi il destino degli uomini, ma sei sempre stato tu a parlare di doveri e responsabilità.

– Non è la morte che mi spaventa Halfgrimur! La morte è soltanto un’altra via, presto o tardi dovremo prenderla tutti. Ma mentre voi vi gingillate con ori e artefatti, o cercate una strada per qualsiasi rivincita, mi chiedo se realmente io stia combattendo la guerra che voglio. Senza questa certezza non posso portare insegne, e non posso guidare i miei uomini incontro ad una possibile fine!

L’elfo guardò con occhi rinnovati il suo compagno, due anni e mezzo l’avevano cambiato così tanto da renderlo irriconoscibile. Quale magia erano gli uomini, quale passo li animava! Avrebbe desiderato rispondergli, ma dalle ombre, come usava fare di solito, comparve Imong.

– Che succede qui… non vi unite alla festa? Quel viso ombroso, ragazzo mio, – disse allora rivolgendosi al dragone purpureo – non ti restituirà la bellezza di un tempo, ma guarda me! Sono acciaccato, orbo e stanco, ma nulla è cambiato nello spirito. Le avventure sono avventure… si sa! E… gli amici… come i nemici… possono cadere lungo la via, nulla è scontato. Questa è la magia di quello che facciamo… desideri forse una vita monotona… davanti, che so… ad un focolare? No, no! Fidati di me! Presto l’ardore guerriero tornerà… presto prenderai a girare… a lucidare con i piedi il pavimento di casa… chiedendoti dove stanno andando i tuoi giorni! Quando ciò accadrà… bè… confido ci rivedremo… per una nuova avventura intendo… adesso, lasciatemi dire, sarebbe ora di mettere qualcosa nello stomaco… siccome… ce lo siamo meritato.

I tre si appropinquarono al fuoco, giacché gli amici di giorni difficili li stavano attendendo per desinare. E nuovamente le chiacchiere allietarono i loro cuori con i progetti futuri, quelli di cui avevano bisogno per sentirsi necessari al mondo. Pochi giorni e si sarebbero separati, ciò era noto alla Compagnia, ma intimamente sapevano ci sarebbe stato un altro incontro, un’altra lotta, qualcosa che li avrebbe tenuti uniti. Se invece il destino se li fosse portati via, bè, davvero, sarebbe stata una sorpresa.

Così, nella notte sberluccicante di lucciole, sotto il gonfalone della Lega del Drago Bianco volto a Ovest, verso Suzail, la capitale, un punto e a capo era posto al loro essere, poiché si sa che gli eroi non sono mai uguali, così come le persone comuni, man mano che il tempo leviga i loro volti.

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