13 Flamerule, 1358 DR – I misteri delle Terre di Pietra

Nel Cormyr, è cosa nota, i nobili amano vantarsi dell’ampiezza della loro nazione e dell’efficiente organizzazione delle vie commerciali; spesso, tuttavia, si dimenticano di menzionare una regione a nord dei Corni Tempesta: le famigerate Terre di Pietra.

Anche se formalmente annesse ai possedimenti di casa Obarskyr, sono più una zona di frontiera, un corpo estraneo sul quale la Corona vigila con attenzione. L’aridità di queste lande, derivata dai venti torridi che soffiano dal vicino deserto di Anauroch, ha da sempre ostacolato il formarsi di vere e proprie comunità, non fosse per l’unico aspetto interessante che le caratterizza, ossia la ricchezza di minerali e in particolare di vene di rame, ferro ed oro.

Nei secoli i cercatori di metalli preziosi si sono spinti oltre la Strada del Mare della Luna, che intercetta Tilverton, sale a Passo Tilver e quindi serpeggia verso le Valli, in cerca di fortuna e hanno fondato piccole comunità fantasma, raramente più di 50 anime, che i cartografi non si danno neppure pena di registrare, tanto precaria è la loro sopravvivenza.

Le Terre di Pietra riservano ai loro visitatori un panorama di basse colline giallo ocra, maculate da piccoli arbusti spinosi alti non più di un metro. Non è però il clima il solo nemico dei cercatori d’oro, il territorio brulica di predoni con le sembianze di goblinoidi e gnoll, ma non solo…

Le Terre di Petra

– Passami l’acqua! – fece Rogg a Trixis.

– Prendi, ma evita di berla tutta, ne hai già consumata troppa. – gli rispose.

Rogg riservò alla chultana uno smorfia di disgusto e strappandole di mano l’otre bevve con avidità, in sfregio alle parole che gli erano appena state dette.

Una spinta alle spalle lo obbligò però a staccare l’otre dalla bocca e quasi lo fece finire a carponi. Si girò velenoso verso Orton, ma il goliath, con i suoi 2 metri e venti di altezza, era un avversario troppo pericoloso da affrontare direttamente.

– La femmina ha parlato chiaro, – disse asciutto Orton – acqua preziosa!

– Va bene, va bene. – acconsentì Rogg, restituendo l’otre a Trixis, – Quanto manca a questa dannata stamberga?

– Qualche chilometro, se le mie approssimazioni sono corrette. –

Rogg non obiettò, la chultana si era dimostrata una guida affidabile fino a quel momento.

Trixis “18 piedi”, soprannome che ancora non era stato decifrato dai suoi compagni, vestiva come una beduina, il corpo nascosto in una tunica di cotone bianco, stretta ai fianchi da una cintura, e da un lungo mantello di lana marrone; ai piedi indossava un comodo paio di calzari in cuoio. Diceva di venire dalle terre meridionali del Chult; cosa esattamente l’avesse spinta così lontana da casa non era dato sapersi, ma in fondo non interessava neppure agli altri due rinnegati che si portava appresso. L’unica cosa che contava era la sua abilità di guidarli in quella sassaia arida e polverosa, alla ricerca dell’abitazione del mago Lyrel Scudocorvo, un eremita deceduto da alcuni anni a quanto avevano appreso.

Trixis 60ft

– Spero il vecchio avesse veramente un tesoro o taglierò personalmente la lingua a quell’informatore di Scardale, quando torneremo indietro. – disse Rogg, parlando a sè stesso, – Com’è che si chiamava? Ah sì, Good, Victor Good. –

La compagnia di Orton e Trixis, in effetti, lasciava alquanto a desiderare così l’umano commentava di frequente quanto stava vivendo a voce alta, giusto per rompere la monotonia del viaggio. E forse anche perché era un po’ matto.

Come previsto in meno di un’ora giunsero in vista di una piccola costruzione fatiscente. Si acquattarono tra i cespugli cercando di nascondersi alla vista, nel caso qualcuno l’abitasse ancora.

L’edificio, completamente in legno, pareva poter crollare da un momento all’altro, destino che era già toccato alla latrina esterna e ad un piccolo magazzino situato ad una decina di metri di distanza. Di fronte alla porta, che, mossa dal vento, sbatteva ripetutamente contro lo stipite , v’era anche un pozzo.

– Sembra tranquillo. – disse Trixis.

Orton annuì, quindi volse lo sguardo in direzione delle colline circostanti annusando l’aria.

– Bè, io vado a dare un’occhiata. – disse Rogg, che cominciò a correre piegato in avanti in direzione della casa.

Giunto al pozzo, forte del riparo, prese fiato e gettò un occhio oltre il parapetto. Anche da quella distanza nulla lasciava presagire che il sito fosse ancora abitato da qualcuno. Si avvicinò con cautela alla porta e lentamente l’aprì, pregando che Tymora avesse dimenticato l’ultima ruberia commessa nelle Torri della Buona Fortuna, a Suzail.

Rogg

– Per l’Abisso! – disse balzando indietro con la spada sguainata.

Orton e Trixis, vedendo la scena, accorsero più velocemente che poterono.

– Bè, cosa hai visto? – chiese la chultana allarmata, quando gli fu di fianco.

– Il fantasma del mago… – disse Rogg, senza risultare troppo convincente.

Orton si mosse in avanti e, reggendo il maglio con una mano, spalancò la porta. L’interno della catapecchia era un ambiente unico, dove zona giorno e cucina erano separati semplicemente da un tendaggio pieno di buchi. Il letto e gli armadi parevano in ordine, mentre sul tavolo della cucina erano ancora presenti i piatti dell’ultimo pasto; le sedie erano scaravoltate a terra, così come alcune pentole e cocci di terracotta andati in frantumi.

– Eppure era proprio lì, – cercò di giustificarsi Rogg – un vecchio rinsecchito semitrasparente, con in mano un piccone!

– D’accordo, manteniamo la calma, cerchiamo quello che siamo venuti a prendere e andiamocene in fretta. – disse Trixis.

Entrarono cautamente e presero a frugare nel mobilio e in cucina, tra le suppellettili sugli scaffali e in prossimità del camino. Tutto era coperto da uno spesso strato di polvere.

– Nessuno vive, qui. – disse Orton.

– Ma chi ci viveva era venuto a nascondere qualcosa! – aggiunse l’umano, sfoggiando i suoi denti d’oro con uno smagliante sorriso. – C’è uno scantinato qui sotto, anche se non trovo la botola d’ingresso.

– Spazio! – chiese Orton, rovesciando con un calcio il tavolo, quindi colpì violentemente più volte il pavimento col maglio, procurando un gran fracasso e sollevando una nuvola di polvere e schegge di legno, finché non ricavò un buco grande abbastanza per potere accedere nella cantina segreta.

– Ben fatto! – lo elogiò Rogg, calandosi di sotto.

Gran parte del pavimento dello scantinato era ricoperto di detriti, si poteva riconoscere tuttavia come in origine il locale fosse stato adibito a laboratorio. V’erano diversi tavolacci, sui quali ancora si trovavano ordinati alambicchi e libri, mortai e pestelli.

– Venite, – chiamò gli altri, – ho trovato qualcosa!

Orton e Trixis si calarono a loro volta, Rogg aveva già le mani immerse in quello che pareva essere il tesoretto del mago Lyrel.

– Ah, ah, ah, liscio come l’olio. Vacanze assicurate!

– Già, fin troppo facile. – disse Trixis preoccupata, non avendo conosciuto una sola soluzione facile ad alto profitto nella vita. La chultana ispezionò il resto della stanza e scorse, nella penombra, una mano scheletrica spuntare da un cumulo di pietre. – Vieni, proviamo a spostarle. – disse rivolta ad Orton, vedendo Rogg troppo preso a conteggiare le monete d’oro e platino presenti nel piccolo forziere.

Occorsero una decina di minuti di lavoro per rivelare parzialmente lo scheletro di quello che identificarono come il padrone di casa.

– Vesti da stregone. – fu il commento del goliath.

Le mani di Trixis frugarono i resti e oltre a qualche moneta, recuperò un coltello dall’aspetto interessante: l’elsa pareva d’osso, mentre la lama era di vetro vulcanico.

– Ossidiana nera, – sussurrò tra sé Trixis, – credo che l’incisione significhi pegnodidrago. –

Mise coltello e fodero in cintura, prima di rivolgersi agli altri:

– Abbiamo trovato quanto eravamo venuti a cercare, non perderei altro tempo qui.

– No, di sicuro. – le fece eco Rogg.

Si issarono nuovamente al piano superiore, aiutati da Orton.

– Non vedo l’ora di essere in paese, stasera offro io! – disse Rogg, ma la gioia gli venne strappata in un sol momento quando, giunto all’altezza del pozzo, fu investito da una salva di frecce, che per sua fortuna risultarono corte al bersaglio.

– Per l’Abisso! – urlò gettandosi dietro al pozzo.

– Goblin! – disse Trixis, vedendo la scena riparata dietro una finestra della casa.

Orton divelse la porta dai cardini e usandola come un grande scudo raggiunse Rogg.

– Quanti ne conti? – chiese da dietro Trixis, – Io una decina sul lato sud. –

Rogg sporse la testa per controllare gli altri lati, ma una seconda salva lo investì costringendolo a coprirsi nuovamente – Vaffanculo piccole merde, se esco vi rompo il culo! – gridò isterico, scalciando nervosamente la polvere.

– Quanti? – ripeté più forte Trixis per farsi udire oltre le litanie dei goblin, che nel frattempo avevano preso ad urlare.

– Cazzo ne so? Almeno altrettanti sul lato ovest a giudicare da come grandina! – rispose, quindi parlando a se stesso – Adesso gli faccio vedere io a questi coglioni. – e, incoccata una freccia al suo arco, lasciò momentaneamente la copertura inquadrando uno degli assalitori. Rilasciò la corda. La freccia trafisse un goblin che si stava avvicinando, spostandosi tra i cespugli.

Anche Trixis prese a manipolare la Trama, ricavandone delle saette che mietevano morte tra i nemici.

La resistenza fu tale e inaspettata da costringere i goblin ad uno stallo, nonostante ciò le loro grida riecheggiavano da una collina all’altra, chiarendo che presto il numero degli assalitori sarebbe stato tale da risultare ingestibile.

– Uhm, uhm, meglio andare adesso. – disse calmo Orton a Rogg.

– Eh?! Dove? Cazzo fai? –

Orton

Il goliath corse veloce verso i nemici, con la porta come scudo, e appena fu loro prossimo la gettò a terra iniziando a roteare il maglio, spaccando teste e gettando scompiglio tra i goblinoidi. Nonostante un paio di frecce avessero trapassato la sua corazza di maglia, i più tentavano di bloccarlo con delle reti, allora Orton continuava a uccidere e menomare, calpestare e flagellare come fosse Talos in persona.

– Presto, fuggiamo finché sono impegnati con lui. – disse Trixis.

Rogg non se lo fece ripetere e già era lanciato dietro alla donna, quasi tutti i diavoli dei Nove Inferni gli fossero alle costole. Coprirono quanto più terreno possibile, risalendo il lato di una lunga collina quindi, da una copertura, osservarono Orton che dabbasso li raggiungeva.

I goblin sembravano aver capito che forse il gioco non valeva la candela. Ma ecco che in lontananza un nuovo più potente nemico si univa all’avanguardia degli infiltratori: potenti bugbear si palesavano all’orizzonte con scimmie da guerra come bestie da riporto.

– Siamo fregati. – disse Rogg col fiato mozzo.

– No, forse no, poco lontano da qui c’è una vecchia galleria che potremmo usare per fare perdere le nostre tracce. –

– Sai dove porta? –

– La mappa mostra solo l’entrata, non ho idea del percorso sotterraneo. –

– Allora potrebbe essere una via cieca! – protestò Rogg.

– Hai un’idea migliore? – insistette Trixis.

– Seguiamo la femmina. – era la voce di Orton, ferito, ricongiuntosi ai compagni.

– Presto allora. –

La mappa non mentiva. Le miniere erano vicine, più vicine dei loro inseguitori. Trovato l’accesso si immersero nel buio. Solo Trixis vedeva nell’oscurità, motivo per il quale, percorsi una decina di metri nell’antro, furono costretti ad accendere una torcia.

– Non capisco perché non ti abbiano ucciso. – disse Rogg, rivolgendosi ad Orton.

– Ci volevano vivi, testa dura! A quale scopo poi… – interloquì Trixis.

– Spero di non doverlo scoprire, – si augurò Rogg – quel Lyrel doveva essere completamente sciroccato per vivere in questo posto maledetto! –

– Già… –

Vagarono per qualche ora nel ventre della collina, abbandonando ben presto la galleria principale, addentrandosi in un una via secondaria che pareva naturale. Rogg e Trixis decidevano il cammino e Orton li seguiva senza domande. Trovarono anche il tempo per riposarsi un po’, ormai sicuri di avere acquisito un notevole vantaggio su eventuali inseguitori.

Sbucarono da quel budello la mattina del giorno successivo, indenni e felici di rivedere il Sole. Una volta all’aria aperta sfruttarono alcuni sentieri che speravano li avrebbero ricondotti nuovamente in prossimità della Strada del Mare della Luna. Ormai non desideravano altro.

Al secondo giorno di viaggio, da una collina un po’ più alta scorsero una miniera sul versante opposto della valle. L’entrata era controllata da una pattuglia di goblin, che monitorava il lavoro di schiavi di diversa origine, per lo più di razza umana.

– Non sono affari nostri. – volle chiarire immediatamente Rogg.

– No di certo, – disse Trixis – ma chissà cosa vanno cercando.

– Abbiamo già guadagnato a sufficienza da questa spedizione, più di quanto mi sarei aspettato. Voltiamo i tacchi e vediamo di tornare nella civiltà. – insistette Rogg.

– Sì. – anche Orton era d’accordo.

Stavano ripartendo quando la terra iniziò tremare violentemente, facendo franare il terreno in più punti. Videro i goblin correre all’interno della galleria, quindi ci fu un boato ancora più assordante, come il suono di una campana a mezzanotte. All’ultimo rintocco la frana aveva ricoperto l’entrata della galleria e plausibilmente sepolto vivo chiunque vi fosse all’interno.

I tre predoni che avevano assistito all’accaduto, capirono immediatamente di essere stati graziati più volte in quei giorni assolati di Flamerule e silenziosamente giurarono di non avventurarsi mai più in quelle terre di morte, qualunque fosse il bottino promesso. Quanto ai rintocchi della campana si misero in testa di essere stati vittima di un’allucinazione, del resto erano spossati e certe cose non capitano nella realtà.

(Sessione unica, 4 Agosto 2018)

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