5 Alturiak, 1358 DR – L’ultima battaglia

“Il vittorioso scontro riportato sui golem di carne aveva mostrato quanto fossero traballanti ed esili le colonne portanti sulle quali poggiava l’impresa del capitano Zachary Bumblerose e dei suoi sventurati compagni.” – ignoto commentatore di Ashabenford.

Consiglio musica di sottofondo:

Alessandro Cortini – Perdonare (Avanti, 2017)

https://www.youtube.com/watch?v=yeveIybd1BQ

 

Dopo aver ripreso fiato ed aver provveduto alle medicazioni necessarie, il gruppo proseguì l’esplorazione dei sotterranei imbattendosi in un tetro stanzone che, a giudicare dal contenuto, sembrava essere una camera delle torture.

Lo spazio era equamente diviso in due zone. Nella prima erano mostrati in bella vista oggetti inequivocabilmente atti a far sputare una confessione anche all’eretico più reticente: una vergine di ferro, una pera rettale, un gatto a nove code, una mazza chiodata, un piccolo martello e un tavolaccio di legno alle cui estremità era posto un sistema di corde e pulegge per l’allungamento di braccia e gambe della vittima.

La seconda, invece, era quasi interamente occupata da panche, poste a distanza regolare l’una dall’altra: un loggione allestito alla buona per chi volesse godersi lo spettacolo. In fondo alla stanza tre porte attendevano silenti.

Kelemvor, ormai abituatosi al fetore di morte che aleggiava in questi luoghi, aprì con nonchalance la porta ubicata in direzione sud-est: con orrore scoprì, percorrendo pochi passi, che una balaustra scandiva il confine tra lui e una enorme fossa comune. Una montagna scura, formata da centinaia di corpi putrefatti, lo guardava. All’improvviso strani suoni e voci iniziarono ad insinuarsi nella sua mente. Lo supplicarono di rendere giustizia ai caduti: “Uccidi! Uccidi i nostri carnefici, straniero! Uccidi!”. Era come un mantra che lo stava mandando nei matti. Ebbe la forza di ritornare sui propri passi e, indietreggiando fino alla porta, la richiuse con violenza!

Stava ancora sudando freddo quando Logan, richiamando l’attenzione generale, aprì la porta a sud.

Di fronte al ramingo si srotolava uno stretto corridoio. Il lato ovest era scandito dalla presenza di celle protette da inferriate.

Guidati dal rappresentante del Cormyr, giunsero ad un portone di bronzo con doppi battenti che misurava tre metri in altezza e uno in larghezza. Un rumore di passi li seguiva.

Stranamente pareva che il loro inseguitore non fosse molto deciso sul da farsi, alternando un passo avanti e due indietro. Nessuno se ne curò. Nemmeno quando tirarono gli anelli che permettevano l’apertura del portone.

“Ehi, aspettatemi! Sono Dave!” si palesò, tutto trafelato. E proprio in quell’istante fece cadere il pugnale. “Ssssst!” gli urlò Damon, “Vuoi che sbuchi fuori ancora una di quelle pile di carne e ci calpesti?”.

Congiuntisi con il prete di Lathander, varcarono la soglia di una stanza imponente. Un grosso altare si ergeva al centro, inscritto in un quadrato delimitato da quattro colonne di marmo. Il lato est e il lato ovest erano protetti da due guerrieri di ferro, armati di spadone, alti esattamente come il portone. Scene di guerra, di carestia, di peste erano raffigurate sulle pareti. Di Silvanus non vi era più traccia.

Il prete si rese immediatamente utile, intonando una litania e disegnando nell’aria un cerchio con l’indice sinistro. Dopo qualche istante informò che, lungo tutto il perimetro dell’altare, non vi era la presenza di trappole.

Rinfrancati da questa notizia, il gruppo si sparpagliò nella perlustrazione.

 L’occhio attento di Damon notò che la statua posta ad ovest portava al collo un’enorme chiave. Il portale, però, non aveva una serratura. La soluzione del rompicapo fu offerta dalla perspicacia di Yngvild, il soldato donna di Mistledale: i contorni di una porticina si potevano scorgere nei pressi del colosso di ferro, lungo la parete sud. Una scena agreste non proprio idilliaca ritraeva uno stupro di gruppo ad opera di creature simili a satiri. Yngvild, soffermandosi sull’espressione di disperazione dipinta sul volto della poverina, notò una serratura perfettamente compatibile con la chiave.

Tutto accade in pochi minuti.

La chiave iniziò a muoversi, come se avesse vita propria. Damon la controllava a distanza: la sfilò dal collo della statua e la passò ad Arvid, il dragone purpureo che, come un’ombra, guardava le spalle del capitano Bumblerose. I riflettori erano ora puntati sulla porta segreta: al primo giro di chiave, il golem di ferro si mosse. Dalle sue narici uscì una nuvola di gas venefica che investì tutti quanti, tranne Logan e Kelemvor.

La Fine.

Dave cadde e così Arvid. Poi, dall’alto dei suoi tre metri, la creatura di metallo calò la pesante spada su Logan. Bum. Yngvild e il capitano Bumblerose, che raccolse il corpo di Logan, entrarono nella nuova stanza. Lo stesso fece Kelemvor, prendendosi sulle possenti spalle il cadavere verdognolo di Dave. Jhanira, Damon e un claudicante Artorias entrarono per ultimi, richiudendosi dietro l’orrore. Dave era passato a miglior vita.

Ormai rassegnati a respirare il tanfo della decomposizione si accorsero subito che non era la salvezza quella che avevano trovato qui.

Li fissava dal fondo della stanza un globo di cristallo, collocato su un treppiede costruito su radici ritorte ora pietrificate. Sei sarcofagi, tre per lato, completavano l’arredo. La luce biancastra, insana, emanata dalla palla, solleticò la morbosità di Damon che si avvicinò, alzandola dal piedistallo.

L’ inconfondibile olezzo di morte li investì in quanto sei ghoul sgusciarono fuori dai loro sudari. Kelemvor, che nel frattempo aveva raggiunto lo stregone, riuscì a colpire con la torcia uno di quegli abominii e, voltandosi, con una gomitata fece cadere la sfera a terra, frantumandola.

Non accadde nulla.

I non-morti, spinti dalla voracità causata dalla maledizione di cui erano stati vittima, li assalirono con spietata determinazione. Per primo Demon, poi Yngvild e infine il barbaro. Caddero tutti e tre, dilaniati brani a brani come fossero cervi da un branco di lupi.

Messi di fronte alla brutalità degli eventi Zeke, Jhanira e Artorias furono costretti a ritornare da dove erano venuti. Logan, fortunato ad essere capitato sulle spalle del compagno più forte, era svenuto ma respirava.

Una porticina aperta, ironia della sorte, si poteva scorgere, ora, al centro della parete ovest. Le due statue erano immobili. I sopravvissuti non persero tempo e si infilarono dentro.

 

Riemersero dal sottosuolo che era già buio pesto. Portavano con loro una reliquia, una sfera che somigliava ad un occhio di ciclope che galleggiava in un catino pieno di sangue. Jhanira, ricorrendo a tutte le forze che le erano rimaste, pronunciò il verbo di Chauntea. Il catino si svuotò del sangue impuro e la maledizione che colpiva quelle valli d’un tratto scomparve.

La nebbia prese a diradarsi.

Avrebbero ricordato per sempre quel giorno.

 

(Sessione XIV, 27 Dicembre 2017)

 

 

 

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