4 Hammer 1337 DR – L’isola di Stormfrost

Il destino o qualcos’altro si prende gioco di me. Come spiegare diversamente gli avvenimenti che ci hanno portato a questo immenso iceberg che stiamo lordando di sangue.

26-27 Nightal

2 giorni di fatiche per percorrere nove miglia e uscire dalla Foresta della Bufera.

28-30 Nightal

Lasciata la tundra alle spalle, la banchisa polare ci accoglie a braccia aperte, vento feroce e neve sono il suo benvenuto. In tre giorni copriamo a malapena 24 miglia e se non fosse per l’istinto mistico per il Nord di Grimur i cani sarebbero morti prima di giungere al Crepaccio di Caronte e noi dispersi.

1 Hammer

Il crepaccio di Caronte è un enorme canyon di ghiaccio che si estende su un fronte orizzontale sterminato. Profondo 30 metri e largo 15 è caratterizzato da diversi ponti ghiacciati che raccordano i due fianchi della voragine.

Un primo tentativo di attraversamento da parte di Imong ci rassicura sulla tenuta del ghiaccio, tuttavia il centro del ponte ispezionato presenta una strozzatura che non consente di attraversarlo con la slitta.

Le nostre ricerche ci portano a un altro ponte distante qualche chilometro dal primo. La struttura è imponente, larga circa 5 metri consente di manovrare bene la slitta e tentare una manovra di rientro in caso di necessità.

ebeadat 4
Ebeadat sulla banchisa polare

I cani sono tranquilli, non percepisco nessun segno di paura e decido di attraversare. Imong e Grimur aspettano per precauzione. Quando ci troviamo esattamente sulla sommità dell’arco, uno schianto fa reagire i miei muscoli in modo del tutto istintivo, mi lancio in dietro per liberare del mio peso la corsa della slitta e mi ritrovo sospeso nel vuoto aggrappato con una mano a uno sperone di ghiaccio. Tutti i dodici cani e la slitta sono persi, sotterrati dal pezzo del ponte collassato. Bestemmio la malasorte, bestemmio i ghiacci che mangiano i loro figli, bestemmio il cielo e bestemmio il silenzio di tomba che procede dopo l’eco dello schianto.

Per superare il crepaccio scegliamo di calarci, recuperare il recuperabile e risalire dall’altro fianco.

Per l’ennesima volta i ghiacci di questa gola mi sono ostili e non riesco ad attrezzare la parete per risalire. Mentre guardo Grimur che a mani nude sale i trenta metri di muro con agilità, comprendo tutto, Caronte è un demone delle nevi mangia uomini e mi è saltato addosso. Se mai ritornerò da questo viaggio, costruirò un totem a sua immagine e lo arderò per nove giorni e nove notti fino a che sarà costretto a scendermi dalle spalle e abbandonare il proposito di uccidermi.

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Procediamo nella tormenta per tre giorni, poi l’aria si rasserena e arriviamo al confine della banchisa polare, dove i ghiacci s’interrompono in uno strapiombo di 50 metri che ci apre la vista sul mare.

Il demone Caronte è messo a tacere dal mio spirito guida perché in breve, con l’aiuto della vista di Grimur, individuo la via per una scalinata naturale che ci conduce a una caletta.

Il mare davanti a noi è un vello grumoso di ghiaccio e neve che incessantemente compone e rompe sentieri nel suo moto sussultorio. Come tante assi di una passerella mobile sfruttiamo i blocchi galleggianti per camminare sul mare. Senza tentennamenti guido la cordata e in poco più di due ore approdiamo alle pendici del monte illustrato dall’arazzo. Dal mare placido alle nostre spalle si alza una foschia che ci nasconde la terraferma.

Il monte di ghiaccio che ci troviamo di fronte ha tutte le sembianze di un’immensa tana. Per accedervi bisogna scalare un muro di 9 metri che funge anche da collegamento a due ingressi contrapposti, il primo scavato in uno sperone che si alza di pochi metri oltre la sommità del muro, il secondo, enorme, porta direttamente nel ventre dell’immenso iceberg che si staglia nel cielo per oltre cento metri.

Mi calo la cappa del mantello elfico in testa e perfettamente mimetizzato scalo la parete attrezzandola con perizia.

Arrivato in cima al muro, Caronte mi balza sulla testa tirandomi furiosamente i capelli nello stesso istante in cui mi accorgo che l’ingresso più piccolo è la cuccia di un verme alato bianco tenuto alla catena! Le urla del demone lo destano dal torpore e nel momento in cui mi tolgo il cappuccio per sbalzarlo dalla mia testa, la magia dell’elvenkind cessa di colpo e il drago ruggisce furioso alla mia vista. D’istinto mi lancio verso l’altro ingresso travolto da un cono di spine ghiacciate che si conficcano ovunque trovino spazio.

Il verme alato esce dalla tana per finirmi ma la catena è corta e le sue fauci mordono l’aria. L’irruenza lo ha bloccato in una posizione esposta e nella sua gola tesa si materializza la picca di Imong rendendolo pazzo di dolore. Lo Gnomo è un audace combattente e sfruttando la lunghezza dell’arma si tiene fuori portata dai colpi del mostro. Sistemato Caronte, utilizzo l’arco per terminare il lavoro dello gnomo. Grimur a metà strada tra me e Imong riaccomoda le sue frecce nella faretra sorridendo enigmatico.

Nelle orecchie mi risuona una risatina sommessa.

Tutto quello che poteva capitare di sbagliato, è accaduto e chiunque sia dentro il monte ci sta aspettando. L’ingresso principale è libero da guardiani ma sulle lastre di ghiaccio rilevo tracce inequivocabili di una decina di Yeti e degli stivali chiodati di un gigante.

All’interno un corridoio dalle proporzioni titaniche prosegue dritto per qualche decina di metri per poi girare a sinistra, sul lato destro, una scalinata chiusa parzialmente da un blocco di ghiaccio procede verso l’alto.

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Lo sguardo dello Yeti

Decidiamo di affrontare la scalinata. Sposto il blocco e Imong, tornato invisibile dopo il combattimento, procede all’ispezione. Dopo poco Grimur lo segue mentre io attendo il segnale concordato vigilando all’ingresso.

Un minuto dopo che l’elfo è sparito, il segnale di via libera arriva anche troppo forte. Salgo rapidamente le scale impugnando le asce gemelle per vedere quattro yeti circondare l’elfo che sembra paralizzato. Uno Yeti lo afferra ma prima che con l’aiuto degli altri Grimur sia dilaniato, la picca di Imong compare dal nulla inchiodando il braccio di un troglodita alla parete mentre la mia accetta frantuma la scapola di un altro. La lotta è sanguinosa, gli Yeti sono temerari. Riesco a portare via dall’elfo due Yeti, ma mi ci vogliono tre colpi per abbattere il primo, e nel tempo in cui al secondo amputo due arti inondando la stanza di sangue, vedo Imong sollevato in aria dall’ultimo Yeti superstite poi le lame di Grimur spuntargli fuori dai polmoni. La creatura si accascia senza emettere un gemito.

Negli occhi dell’elfo brilla l’esiziale azzurro dei ghiacci polari e il suo sorriso enigmatico ora è un segno piatto sul volto.

(Sessione II, 23 Agosto 2016)

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