25 Eleint, 1356 DR – Le cose non sono sempre come appaiono a prima vista

Immaginate di avere fame, tanta fame e di avere diritto solamente a una ciotola di stufato, sono certo che rovisterete nella dispensa, aprirete tutte le panche, fareste la malora, per trovare la ciotola più grande, ma con vostro sommo sconcerto ricordate di trovarvi in una bottega di ditali. 
Mi chiamo Polydoro e questa è Daggerford, dove vivo io, la città dove tutto è piccolo, persino io, che sono un halfling. Gli abitanti di Daggerford, quando sognano, sognano di chiedere permesso e quando ordinano una birra, chiedono una mezza. Una vera pena. Tutto minuscolo, dicevo, tranne la mia fame. Non di cibo è voglia la mia, di cosa non saprei dire, ma scommetterei un centimetro della mia non già svettante altezza che Daggerford non mi ha mostrato tutto quanto sia possibile mostrare.
Waterdeep, quella sì è una città, capace di offrire opportunità ciò a uno spirito arguto come il mio. Perché non correre, allora? Tutti a Waterdeep, lontano da ditali e animi adagiati!

Perché, amici miei, le opportunità vanno sapute cogliere e per questo servono mezzi: denaro, conoscenza e spada.

Polydoro preso da uno dei suoi racconti alla taverna Mucca Felice
Le mie origini non sono degne del mio spirito e inadeguate ai miei appetiti ed è così che mi dedico ai miei piccoli maneggi, che consistono per lo più nel curare i traffici di merci tra Daggerford e Secomber, una piccola cittadina dell’interno. Oltre ad ospitare una nutrita comunità di halfling, che rendono particolarmente apprezzati i miei umili servigi, essa è anche luogo di passaggio di raminghi, viandanti che vi portano notizie dal grande mondo. La arrotondo i miei sempre troppo miseri introiti rivendendo tali informazioni, che un giorno mi porteranno via da Daggerford, sopra una carrozza di vento. Non ci credete troppo? Siete di Daggerford o che? Aspettate e vedrete.
Vi racconto come un giorno oltre ogni aspettativa incontrai qualcosa di grande a Daggerford.
Come se non bastasse respirare l’aria viziata di questa città-sgabuzzino, dovete sapere che il governo ci obbliga a prestare servizio obbligatorio nella milizia locale. Un vero supplizio, credete a me.
 Eppure, è stato proprio durante uno di questi interminabili turni che trovai in Daggerford qualcosa di veramente grande. Si trattava di un villico, che avevo già intravisto nei cortili posteriori delle locande cittadine, intento ad armeggiare con anfore, orci e botti, brutto come un pesce marcio infilato in una torta nuziale, ma decisamente, incontrovertibilmente grande.
Il caso, sotto forma di ordine del capitano delle guardie, Sherlyn Spearslayer, ci spedì entrambi, io e lo stangone chiamato Lucano, in ricognizione presso il maniero del Barone Kromm, da cui era giunta richiesta di aiuto a causa di un attacco di uomini-lucertola.

Mi feci dare un carro coperto con viveri e medicamenti e ci avviammo in missione.

Ad aspettarci c’erano una breccia aperta nel muro di cinta, corpi di uomini-lucertola uccisi con delle frecce e una palpabile tensione che proveniva dall’interno del castello. Dopo esserci fatti riconoscere entrammo e venimmo accolti da Lady Pian, la moglie del Barone. La signora del maniero, dopo aver consegnato i generi di supporto che avevamo portato con noi alla popolazione colpita, ci raccontò che suo figlio era stato rapito e che il barone con alcuni uomini aveva cavalcato verso la palude delle lucertole per riportarlo indietro ma non era tornato. In cambio di una ricca ricompensa ci chiese di andare a vedere che cosa era successo. La nostra missione consisteva nel fare una semplice ricognizione e poi tornare a riferire, ma la situazione grave, l’emergenza, unitamente alla ricca ricompensa, ci fecero accettare la richiesta della Signora. Inviammo un messaggero a Daggerford, liberammo i cavalli dal carro e ci avviamo verso la Palude delle Lucertole. Nonostante conoscessi bene i dintorni di Daggerford non mi ero mai avvicinato alla palude: un enorme distesa di canne, acquitrini impraticabili, piccole colline brulle, aria malsana ed eserciti di insetti affamati. Sapevo che la palude era abitata da uomini lucertola, ma potevamo star certi che non erano certo l’unico pericolo che ci saremmo trovati di fronte. Se non altro, le impronte dei cavalli degli uomini del barone erano facili da seguire. Giunti alla palude, infatti, si vedevano canne spezzate, piegate e calpestate. Nonostante l’altezza di Lucano, la vegetazione ci sovrastava. Non potevamo fare altro che seguire le tracce.

Le tracce terminarono in una radura, ritagliata da uno scontro recente. A terra giaceva un essere, un rettile dalle dimensioni considerevoli e attorno a lui i corpi di alcuni uomini. Non rinvenimmo il barone, ma il corpo di quell’essere ci diceva che dovevamo stare attenti. Infatti, poco dopo, mentre salivamo una delle piccole colline per orientarci, fummo attaccati da un enorme uccello rapace. Pareva che il tempo si fosse fermato e che creature provenienti da tempi remoti avessero eletto quella landa a loro casa. Mi lanciai subito nel fitto del canne, mentre Lucano, che contava più sulla sua forza che sulla sua destrezza, si preparava ad affrontare il mostro alato. Lucano non avrebbe potuto prevalere in un combattimento all’ultimo sangue, ma fortunatamente, dopo che il primo colpo di spada messo a degno, l’uccello si allontanò optando per cibo meno riottoso.

Il pericolo però non veniva solo dal cielo, passarono pochi minuti e udimmo dei tonfi provenire dalle canne. Prima ancora che riuscissimo a individuarne la provenienza, un enorme rospo diede un balzo e ci si parò davanti sputandomi una bava irritante dritta negli occhi. Ero cieco, in balia di quel piccolo essere ripugnante. Rapida e precisa, la lama di Lucano si abbatté sulla testa di quel anfibio bitorzoluto ponendo fine alla sua carriera di cacciatore. Le tracce ormai erano perdute e fu dopo lunghi sforzi che trovammo il resto dei corpi nella scorta del barone. Erano tutti coperti di fango e sangue. Un’altra caccia che non era andata a buon fine. Tra i corpi ne rinvenimmo uno vestito meglio degli altri e a cui era stato amputato la anulare della mano sinistra: era il barone, era morto. Non ci restava che riportarlo a casa. Io ero cieco, così toccò a Lucano il compito di salire su una delle colline per trovare la strada del rientro, ma la palude delle lucertole aveva in serbo altre sorprese per noi. Poco distanti dalla collina si aprivano nella roccia, una serie di caverne abitate dai temibili uomini lucertola. Quegli esseri squamosi notarono immediatamente Lucano e gli puntarono contro le lance. La tensione fu spezzata da un uomo lucertola i cui ornamenti lo identificavano come un capo. Il capo degli uomini lucertola chiese a Lucano cosa stesse facendo nel loro territorio. Lucano, dopo aver valutato la situazione, decise di dire la verità: lui è il suo piccolo compagno venivano da Daggerford erano venuti per recuperare il barone. Il capo degli uomini lucertola si presentò come  Occhiorosso, sciamano portavoce del popolo delle piume rosse. Disse che non erano stati gli uomini-lucertola ad attaccare il castello del barone, erano stati gli uomini ad attaccare loro ed era stata un’altra tribù a rispondere all’attacco e a rapire il giovane rampollo! Potevamo riprenderci il barone, ci avrebbero scortato fuori dalla palude. Occhiorosso mi si avvicinò, mi applicò sugli occhi una sostanza viscida dall’odore sgradevole e pronunciò alcune parole in una lingua ignota. Non sempre le cose sono come appaiono a prima vista.

 Riportammo al castello il corpo del barone. Lady Pian pianse il marito e diede ordine per la preparazione del rito funebre. Quando rientrammo a Daggerford avevamo con noi la ricca ricompensa: una gemma a testa del valore di 100 monete d’oro.
(Sessione I, Agosto 2015)

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