2 Flamerule, 1356 DR – Piume d’argento

La scelta ha un valore solo se è fatta consapevolmente. Altrimenti non è possibile chiamarla tale.
Scegliere significa il più delle volte assumersi un rischio. E quando si rischia si concede agli Dei il completo controllo del nostro essere.
Qualcuno potrebbe obiettare che non si possa accostare la vita di un Tel’Quessir al concetto di scelta, almeno così come è comunemente inteso dagli Umani. Questi ultimi sono obbligati a scegliere fin da piccoli: sono condannati a prendere decisioni rapide in quanto la loro vita mortale termina, in media, quando un Tel’Quessir smette di essere bambino e inizia il suo percorso verso la maggiore età.
Per essi scegliere diventa l’unico modo di sopravvivere.
La percezione del tempo invece è completamente differente per noi. Non avvertiamo l’urgenza della Morte. Siamo nati dal sangue di Corellon Larethian, dalle lacrime della Luna e dalla nuda terra. Quando un elfo avverte il peso dei secoli sulle sue spalle, si mette in viaggio – l’ultimo – verso Arvanaith, il luogo dove non esiste nient’altro che bellezza e pace. Ma non si può considerare una scelta. È l’inevitabile percorso che la Natura impone a noi tutti, è il susseguirsi delle stagioni, è l’abbassarsi e l’alzarsi delle maree, è il viaggio degli uccelli migratori. È tutto ordinato e immutabile. E anche l’eccezione è essa stessa parte del piano degli Dei.

Questi erano i miei pensieri quando, dopo aver lasciato Ordulin, mi misi in cammino verso Highmoon. Ma in quei giorni bui la grande strada dell’Est non era posto per viandanti che volevano essere lasciati soli con le proprie elucubrazioni. Le pattuglie di Sembia erano ovunque.
[…] Un magnifico cavallo dal manto argenteo sbucò all’improvviso dalla selva.
Mi trovavo circa a metà strada tra Ordulin e Highmoon, nei pressi di Archtassel, una piccola comunità composta perlopiù da artigiani del legno e del ferro. Decisi che sarebbe stato più prudente raggiungere Meena costeggiando il lato settentrionale del bosco di Arch. Oscure leggende circolavano su questo luogo, tra le quali la presenza di strane creature e di una antica scuola di magia elfica. E poiché l’animo umano è facilmente impressionabile considerai questa via la più sicura. Talvolta ciò che per l’ opinione comune è ritenuto fonte di pericolo è per alcuni un porto sicuro al quale approdare. Deviai quindi dalla strada principale in direzione sud-ovest.
Ero ormai in prossimità della boscaglia quando accadde qualcosa che mi bloccò all’istante. Un magnifico cavallo dal manto argenteo sbucò all’improvviso dalla selva. Passarono istanti che parevano interminabili nell’attesa che uno dei due si muovesse per primo. Feci un passo in avanti senza emettere alcun suono. Con grazia soprannaturale la creatura reclinò il capo quasi come volesse salutarmi. Poi scomparve dalla mia vista con una velocità tale che pensai di essere stato vittima di un incantesimo. Noncurante mi addentrai nel bosco. Dovevo raggiungerlo a tutti i costi.
Dopo aver camminato per circa un chilometro lungo un sentiero largo almeno un metro e mezzo o forse due, giunsi in una piccola radura, al centro della quale c’era una piccola edicola votiva con il tetto a spiovente.. Notai che numerose piume d’uccello di grandi dimensioni ricoprivano il terreno. Inspiegabilmente non trovai alcuna traccia degli zoccoli del puledro. L’avevo perso prima ancora di rendermi conto di dove fossi.
Alzai la testa dal suolo e soltanto ora mi accorsi del sorriso di Tymora raffigurato all’interno dell’affresco. Era beffardo e intrigante come sempre.
La dea era intenta ad accarezzare il dorso di un pegaso dal color argento…
[…]
Mi svegliai da quello che credevo essere stato un sogno. Le immagini si sovrapponevano l’una dopo l’altra senza sosta: la radura, le piume, l’affresco, quella luce che contornava le foglie. Il tempo doveva essersi fermato però perchè se avessi sognato il sole non avrebbe dovuto essere ancora alto nel cielo… Mi guardai intorno: era lo stesso luogo nel quale avevo incontrato la dea che si era palesata a me sotto forma di cavallo alato. D’un tratto estrassi le spade e le mulinai nell’aria. Le PIUME. La radura, l’affresco, quella luce che contornava le foglie degli alberi poi un’ombra! Ricordavo di essere stato sorpreso da quell’ombra mentre fissavo attonito il dipinto. Un’enorme creatura alta più di tre metri stava per colpirmi alle spalle. Una specie di orso bruno ma soltanto dalla metà in giù. Aveva ali da rapace che culminavano in lunghi artigli e la testa di gufo. Ma con grande sorpresa questo orrendo incrocio mi ignorò e passo oltre, come se non mi avesse visto o avvertito il mio odore.
Non poteva essere stato un sogno: mi tastai il collo e strinsi forte il medaglione a due facce. L’abbraccio di Tymora mi aveva tolto dal pericolo.
E ora ero un suo protetto.

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...